Il 7 agosto il Senato degli Stati Uniti ha approvato un disegno di legge che prevede nuove sanzioni contro la Russia. Questa iniziativa è stata attivamente sostenuta dal repubblicano Lindsey Graham nel corso dell’ultimo anno della sua vita. Il senatore della Carolina del Sud era noto come il più convinto sostenitore dell’Ucraina all’interno dell’élite politica americana e aveva letteralmente lasciato in eredità a Volodymyr Zelenskyy il compito di portare a termine l’iter di approvazione del disegno di legge. Lo stesso Graham è deceduto l’11 luglio, il giorno dopo la sua visita a Kiev. Sulla stampa, queste misure postume vengono definite «sanzioni infernali».
Ma sono davvero «infernali»?
Nella versione attuale si tratta, forse, di un epiteto troppo forte per un disegno di legge. Inizialmente Graham e il suo coautore, il senatore democratico Richard Blumenthal, proponevano di imporre dazi proibitivi del 500% a chiunque acquistasse risorse energetiche russe. Ciò avrebbe comportato un rischio evidente di una nuova guerra commerciale globale.
Dopo la morte di Graham, Blumenthal ha presentato al Congresso una versione meno radicale del documento. Si è trattato di un compromesso tra il desiderio dei senatori (di entrambi i partiti) e della Casa Bianca di rendere omaggio al senatore defunto e la disponibilità dell’amministrazione di Donald Trump a procedere verso un’escalation con la Cina e l’India, principali partner commerciali del Cremlino.
E cosa prevede ora il disegno di legge?
Nella sua parte dedicata alla Russia (ce n’è anche una dedicata all’Iran — la cui inclusione nel documento era anch’essa una condizione di Trump) il disegno di legge prevede:
- sanzioni dirette contro praticamente l’intera leadership politica e militare russa — dal presidente e dai membri del governo al capo dello Stato Maggiore Generale delle Forze Armate della Federazione Russa e ai capi delle forze di sicurezza;
- sanzioni dirette contro le aziende statali, le banche, tra cui «Sber», VTB e Gazprombank, la Banca Centrale della Federazione Russa, i progetti infrastrutturali e la «flotta ombra» di petroliere;
- dazi del 500% su qualsiasi importazione dalla Russia negli Stati Uniti;
- dazi del 100% solo per i cinque maggiori acquirenti (e non per tutti, come inizialmente previsto) di risorse energetiche russe.
In effetti, le sanzioni personali e aziendali, così come le restrizioni alle importazioni russe (il volume degli scambi commerciali tra i paesi nel 2025 si è limitato a circa cinque miliardi di dollari), difficilmente spaventeranno il Cremlino.
Più rilevante è la disposizione, pur se attenuata, relativa ai dazi a carico degli importatori di petrolio e gas. Le tariffe restrittive continuano a minacciare in primo luogo la Cina e l’India.
È vero, però, che nel disegno di legge c’è un’importante — fondamentale — clausola: il diritto di decidere se applicare o meno sanzioni specifiche spetta al presidente degli Stati Uniti. Ed è proprio questo meccanismo, che potenzialmente mette nelle mani di Trump un nuovo potente strumento di influenza sulla politica commerciale, a suscitare polemiche e a mettere in discussione il futuro dell’iniziativa.
È proprio questo il punto della controversia: in questo caso le sanzioni vengono sostituite dai dazi. A farsi portavoce degli oppositori del disegno di legge nella sua forma attuale è stato l’unico senatore repubblicano a opporsi all’iniziativa, Rand Paul (insieme a lui, il documento non è stato sostenuto da nove democratici e dal senatore indipendente Bernie Sanders). In un articolo pubblicato sul sito The Daily Caller ha spiegato che, a suo avviso, i dazi del 100% contro i principali acquirenti di risorse energetiche russe non solo non colpiranno la macchina da guerra del Cremlino né aiuteranno l’Ucraina, ma porteranno piuttosto a un aumento dei prezzi dei beni importati per gli americani:
Non lasciate che la solidarietà verso l’Ucraina vi accechi e vi impedisca di vedere la realtà dei dazi doganali. Si tratta di tasse sulle importazioni che pagano gli americani. Le pagano i genitori che cercano di provvedere alle proprie famiglie. Le pagano gli studenti che risparmiano per comprarsi la prima auto. Le paga chiunque voglia spendere soldi per qualsiasi bene immaginabile.
Nel suo articolo Paul ha ricordato che l’articolo 1 della sezione 8 della Costituzione attribuisce al Congresso, e non al presidente, il potere di stabilire tasse e imposte. E non è possibile trasferirlo a un altro ramo del potere. Nella versione attuale dell’iniziativa, invece, i legislatori potranno solo stare a guardare mentre Trump scatena nuove guerre commerciali.
Anche gli esperti hanno espresso timori sul fatto che il presidente abuserà inevitabilmente del potere che gli è stato delegato. Ad esempio, l’ex funzionario del Dipartimento di Stato americano Edward Fishman, specializzato in materia di sanzioni, in un commento al Wall Street Journal ha ipotizzato che i dazi «non saranno utilizzati per esercitare pressione sulla Russia, ma come strumento a disposizione di Trump per condurre guerre commerciali sia contro gli amici che contro i nemici». Per sostenere efficacemente l’Ucraina non servono dazi secondari, ma sanzioni secondarie contro gli acquirenti delle risorse energetiche russe e i loro intermediari — raffinerie, banche e trader petroliferi — ha osservato l’esperto.
I democratici hanno accettato un compromesso — sia per rafforzare la pressione sul Cremlino e sui suoi alleati, sia in memoria di Graham. I senatori intervistati dallo stesso The Wall Street Journal hanno sottolineato che la minaccia di dazi secondari contro l’India nel 2025 ha comunque funzionato in parte: il Paese ha ridotto gli acquisti di petrolio russo.
È vero, però, che gli interlocutori del giornale hanno taciuto sul fatto che, dopo l’inizio della grande guerra in Medio Oriente, Nuova Delhi non solo ha recuperato il calo delle importazioni, ma ha anche raggiunto nuovi picchi nel consumo di risorse energetiche provenienti dalla Russia. Forse l’adozione delle sanzioni intitolate a Graham farà nuovamente scendere questo indicatore.
Le «sanzioni infernali», se mai dovessero costringere la Cina e l’India a ridurre gli acquisti di risorse energetiche russe, sarebbero chiaramente possibili solo in uno scenario di escalation delle relazioni tra il Cremlino e l’amministrazione Trump. Tale scenario non è impossibile, ma è difficile valutarne la probabilità. La Casa Bianca sarebbe disposta a esercitare una forte pressione sulla Russia solo se comprendesse che questa si trova sull’orlo di una sconfitta strategica sul fronte militare o di un collasso economico. Finché ciò non accadrà — sebbene il Cremlino abbia comunque motivo di preoccuparsi.
Allo stesso tempo, Trump potrebbe trovarsi ad affrontare anche un aumento delle pressioni interne. I senatori democratici Elizabeth Warren (che ha votato contro le sanzioni Graham) e Chris Coons il 12 agosto hanno inviato una lettera al segretario di Stato Marco Rubio e al ministro delle Finanze degli Stati Uniti Scott Bessent, chiedendo di spiegare perché la Casa Bianca, ormai da 17 mesi, non imponga nuove sanzioni contro i partner commerciali della Russia che aiutano il Cremlino ad aggirare le restrizioni esistenti.
Le ultime di queste sono entrate in vigore nell’autunno del 2025. All’epoca, sono state soggette a sanzioni «Rosneft», «Lukoil» e diverse decine delle loro controllate. Le restrizioni si sono rivelate dolorose, ma la Russia continua a violarle, sostengono Warren e Koons.
Insomma tanto tuonò e tuona sulla stampa internazionale ma per ora non ci sarà neppure un debole temporale su Mosca.