Biden abbandona l’opposizione russa e apre a Putin






Se qualcuno pensava che Joe Biden si sarebbe immolato per l’opposizione russa, schiacciata da mesi dalla repressione, non aveva inteso né il personaggio né quanto sia cinica la politica americana. La delusione sui giornali e sui siti “liberal” dopo l’incontro a Ginevra tra i due presidenti è palpabile, ma segnala solo il vecchio vizio di quel mondo nell’attendere che qualcuno dall’esterno possa risolvere i problemi che i russi non riescono a risolvere da sé.

Il capo della Casa Bianca è un politico consumato e non a caso nel colloquio ha spinto più sulla liberazione di Michael Calvey, l’imprenditore americano agli arresti domiciliari a Mosca da un anno perché accusato di corruzione, piuttosto che su Navalny. Si tratta di un cambio di rotta, per ora solo simbolico, nell’approccio stellestriscie alla Russia che avevamo previsto su matrioska e che non poteva immaginare solo chi si nutre di ideologia.

Alla vigilia come Putin ha rivelato, il presidente americano in privato gli aveva persino chiesto scusa (“dato spiegazioni” nel linguaggio diplomatico) per la famosa accusa di essere un “killer”.

L’idea del resto che la Russia potesse cambiare registro a furia di spallate propagandistiche non è non solo perseguibile ma è persino suicida per gli interessi egemonici dell’Occidente. Il potere putiniano è attraversato da mille contraddizioni e persino minato alla base dal suo essere potenza semi-periferica ma è del tutto evidente che è sufficientemente forte per reggere all’urto di un peso piuma come il blogger attualmente in galera. L’opposizione russa, se vorrà riemergere, dovrà darsi prospettiva e strategie e non attendere il nuovo salvatore di turno che, proprio come Babbo Natale, non esiste.

Il nuovo approccio americano di dialogo assertivo con Mosca è anche il risultato della principale preoccupazione di fase per Washington, ovvero quella di riannodare stretti rapporti con Bruxelles dopo gli allentamenti e le incomprensioni durante l’amministrazione Trump.

In Europa e in particolare a Berlino si pensa di poter mettere in difficoltà Putin più attraverso un coinvolgimento economico che con lo scontro frontale e di questo si sembra convinta anche l’amministrazione americana. Si tratta se non proprio di una dottrina di un nuovo approccio tattico già illustrato con dovizia di particolari da Josep Borrell nei giorni scorsi. Il quale è tornato, seppur sottovoce per ora, a riproporre la questione dell’alleggerimento delle contro-sanzioni russe contro l’agricoltura europea che stanno facendo tanto male all’economia italiana in particolare.

Allo stesso tempo, l’Occidente punterà inesorabilmente a continuare la politica di accerchiamento iniziata dopo il crollo del muro di Berlino con l’integrazione nella Nato della Georgia e se Zelensky metterà la testa a posto con il banderismo inviso a Varsavia, anche l’Ucraina potrebbe avere il semaforo verde.

Biden ha detto che ci vorranno 6 mesi per capire se si può collaborare con Putin, se la montagna di Ginevra produrrà un topolino o un robusto ratto, e molto dipenderà se si riusciranno a fare dei passi avanti nella trattativa sul Donbass. Mobilitazione sulla pandemia, collaborazione sui cambiamenti climatici, interazione sull’Artico e last but least una intesa sulle rotte energetiche (e perché no un compromesso sulla dolente Bielorussia) potrebbero fare contorno, al nuovo menù delle relazioni est-ovest. Putin incassa una tregua che gli da fiato, ed era il massimo che poteva attenersi, in attesa di vedere se le buone previsioni per l’economia russa per i prossimi mesi e anni, verranno confermate.

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