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Dedollarizzazione e codici Swift strumenti della nuova guerra fredda

Mentre Vladimir Putin annuncia che domani si vaccinerà per Covid-19, la tensione tra est ed ovest continua a crescere. Da Pechino dove il ministro degli esteri russo Lavrov si è recato per incontrare il suo omologo cinese ha rilanciato la proposta di fuoriuscire dai sistemi di pagamento occidentali.

“È necessario abbandonare l’uso dei sistemi di pagamento internazionali controllati dall’Occidente” e “ridurre i rischi di sanzioni rafforzando la propria indipendenza tecnologica, passando a pagamenti in valute nazionali e in valute mondiali alternative al dollaro” ha tuonato il capo della diplomazia russa.

L’idea della “dedolarizzazione” è già stata accarezzata dalla Federazione molte volte a partire dall’introduzione delle prime sanzioni occidentali seguite all’annessione della Crimea nel 2014. Inizialmente la Russia pensò addirittura di creare un proprio sistema alternativo di carta di credito ma presto l’idea messo da parte mancando sulla piazza di Mosca la possibilità di costituire una una piattaforma finanziaria sufficientemente robusta per garantire le transazione di danaro online. La proposta fu reiterata più volte anche durante alcune riunioni dei Brics, soprattutto in direzione della Cina. La quale ha però continuato a nicchiare: Xi è un pragmatico che non si vuole legare a crociate ideologico-finanziarie di incerto successo, ma soprattutto continua ad avere un interscambio commerciale tale con gli Usa da suggerigli cautela. Dei 22 mila miliardi di dollari di debito federale almeno il 20% si accumulato nella pancia della banca centrale cinese e a una prospettiva di una guerra commerciale dispiegata con Washington, Pechino non sembra ancora pronta.

Gli Usa non stanno comunque con le mani in mano. Secondo alcune indiscrezioni la Casa bianca starebbe seriamente pensando, all’interno del nuovo pacchetto di sanzioni anti-Putin che si stanno elaborando, di impedire a Mosca il futuro utilizzo dei codici SWIFT, una misura già fatta baluginare da Obama ma poi rimessa in naftalina per il grado di confusione che potrebbe ingenerare nell’invio di bonifici economici internazionali.

Il Cremlino abbozza per ora e si accontenta della “vittoria propagandistica” seguita al rifiuto di Biden di un confronto pubblico online con Putin. In realtà a Mosca avrebbero scommesso sin da subito sul rifiuto del duello da parte americana: tra i due malgrado i 79 anni suonati chi è più abituato ai dibattito è Biden non Putin. Dal 2000, ovvero da quando è giunto al potere, lo Zar del Cremlino non ha mai avuto un confronto in diretta con nessun avversario interno o internazionale che fosse.

E a rendere il menù di giornata ancora più corposo è arrivato l’annuncio da parte bulgara di aver espulso due diplomatici russi accusati di attività spionistica. Il governo russo ha immediatamente risposto che assumerà misure speculari nei confronti del corpo diplomatico di Sofia già nelle prossime ore.