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Disastro ecologico in Kamchatka

DI YURII COLOMBO

Già sera del 2 ottobre scorso, erano iniziata a circolare delle drammatiche foto sui social russi di carcasse di animali marini e invertebrati spinti dalle onde della spiaggia di Khalaktyrsky in Kamchatka collocata tra il Pacifico e il mare di Ochotsk, famosa tra i surfisti di tutto il mondo per le sue onde gigantesche e la sua sabbia nera. Erano stati proprio gli amanti di questo sport a denunciare già da qualche settimana, dopo essersi bagnati in quelle acque, problemi alla vista, febbre e dolori alla gola ( e costretti quindi tra l’altro a una improvvida quarantena). I subacquei accorsi ieri in zona confermano ora il disastro ecologico: il numero di ricci di mare è diminuito drasticamente e si può verificare facilmente che ce ne sono pochissimi. Gli anemoni marini sono tutti morti, la barriera corallina è scolorita e anche i granchi si sono ridotti.

Il Roslybolovstvo il comitato governativo che si occupa a livello statale ha avviato un procedimento amministrativo della legge sulla “Violazione del regime speciale per lo svolgimento di attività economiche nella zona costiera protetta” facendo intendere subito che si tratta di un disastro provocato dall’uomo. La rapidità con cui si sta muovendo l’amministrazione Putin fa ben sperare che non ci saranno ritardi e tentativi di insabbiamento come avvenne con il disastro di Norilsk di qualche mese fa, quando migliaia di tonnellate di petrolio vennero versate in mare colpevolmente, da un’azienda della zona. Il capo del Ministero delle risorse naturali Dmitry Kobylkin aveva anche promesso di fornire i primi risultati delle ispezioni ufficiali per ieri ma non è ancora chiaro quando sarà pronta la perizia.

La versione circolata inizialmente di una perdita di carburante da parte di una nave militare militare russa è stata prima smentita dal governo e riconosciuta improbabile anche da Greenpeace visto che non c’è odore di prodotti petroliferi su tutta la costa anche se la popolazione locale,m che convive da decenni con l’industria bellica da tanti anni continua a insistere su questa tesi.

L’ipotesi più gettonata in queste ore è che i pesticidi potrebbero essere la causa del disastro visto che sostanze chimiche vengono depositate ai piedi del vulcano Kozelsky ormai da quarant’anni. Il quale è collegato con un sistema di laghi e paludi, e non si trova lontano dall’Oceano.

Gli attivisti di Greenpeace hanno prontamente rilasciato immagini satellitari che mostrano che la fonte di inquinamento potrebbe presumibilmente essere il fiume Nalycheva. Sulla riva dell’affluente Nalycheva infatti c’è una discarica di pesticidi chimica del vulcano Kozelsky, di cui si hanno pochissime informazioni.

Vladimir Burkanov dirigente dell’Istituto di geografia della Kamchatka dell’Accademia delle scienze russa, oltre che specialista mondiale di leoni marini, sostiene che l’ipotesi di Greenpeace secondo la quale le stelle marine, le capesante e i polpi della regione possano essere stati colpiti dall’esposizione ai pesticidi è fondata. “Questi non sono assolutamente prodotti petroliferi. Il fatto è che si tratta di una sostanza a noi ancora sconosciuta e le foto satellitari che abbiamo a disposizione non sono sufficienti a comprendere di che si tratta”, dice Yablokov. I surfisti affermano di aver avuto sintomi di avvelenamento quasi un mese fa e per cui effetti delle sostanze pericolose nell’acqua potrebbe essere a “lento rilascio”.

Gli ecoattivisti sono convinti i danni potrebbero essere devastanti e che quindi ora è importante identificarne la fonte. I vulcani della Kamchatka sono un patrimonio mondiale dell’UNESCO, e se le sostanze chimiche arrivano da lì “non sarà certo una passeggiata” mettono in guardia alla sede di Greenpeace di Mosca.

Gli ambientalisti intendono prelevare campioni e analizzarli in laboratori indipendenti e la spedizione inizierà domenica. Il governatore del territorio della Kamchatka, Vladimir Solodov, il quale sostiene che l’entità del disastro sarebbe “non di dimensioni epocali” ha già invitato esperti indipendenti e giornalisti a condurre un’ispezione congiunta, ma Greenpeace non ha espresso la disponibilità a collaborare con le autorità perché teme proprio la linea del “danno minimo”.

Pubblicato il  5 ottobre 2020 su Il Manifesto