Dopo Navalny. Il futuro dell’opposizione in Russia






Alexey Navalny è stato spedito in prigione per 2 anni e 10 mesi. Ha altri contenziosi con la giustizia russa e si potrebbero quindi sommare altre condanne (per ora Putin davvero non pensa a gesti di clemenza come con Khodorkosvky). E oggi pensare allo sviluppo del suo partito senza lui, dopo che era stato costruito su basi personalistiche e carismatiche, è davvero difficile. Chi è sceso in piazza, inevitabilmente a questo punto, dovrà trovarsi altri riferimenti e perfino altri leaders, tutte cose difficili da immaginare per il momento, ma non impossibili. Del resto i portavoce superstiti del suo partito hanno esplicitamente rinunciato per ora a organizzare altre manifestazione e si leccano le ferite. Il bilancio delle manifestazioni del 23 e del 31 gennaio sono sotto gli occhi di tutti: oltre 10 mila fermi, oltre 1000 arresti amministrativi a cui seguiranno decine di processi penali. “Ci mobiliteremo ancora in primavera o in estate” sostiene dal quartier generale di Navalny Leonid Volkov, a riprova del fatto che la repressione ha fatto bene il suo lavoro.

Tuttavia le contraddizioni squadernate da quelle manifestazioni non sono rimarginabili, né a Mosca e a Piter, città tradizionalmente “liberali” né in provincia dove la gente è scesa in piazza su istanze principalmente sociali.

Si avvicinano le elezioni per la Duma previste per l’autunno che saranno una cartina tornasole che definirà quale tipo dinamiche interne si andranno a configurare nel sistema politico russo. Il partito di Navalny si presenterà? O si formeranno nuove aggregazioni perlomeno elettorali? Gli occhi sono puntati sui grandi movimenti all’interno del Partito Comunista della Federazione Russa che tutto è meno che un moloch intorno al suo imperituro leader Gennady Zyuganov. A Irkusk e a Syktyvkar (ma anche in altre città) i comunisti non solo hanno preso parte alle manifestazioni ma le hanno dirette. ll segretario del partito comunista moscovita Valery Rashkin ha fatto coming out e ha sostenuto apertamente le proteste dichiarando che “la gente sta scendendo in piazza per disperazione” e ha aggiunto anche che il muro della paura sta crollando, anche se il paese è rimasto impigliato nel filo spinato” della repressione.

Secondo Rashkin, un sessantacinquenne cresciuto nell’apparato del Pcus e non certo un pericoloso estremista, “a fine gennaio si è creato una sorta di “spartiacque” nella società” perché “l’attuale governo del paese sta impoverendo il popolo”.

Se il posizionamento di Rashkin sia un preannuncio di scissione, una semplice fronda o un gioco delle parti con Zyganov (che ha invece definito Navanly una quinta colonna americana), è per ora difficile dirlo ma è chiaro che qualcosa si sta muovendo nella Russia profonda per far entrare in movimento personaggi cauti come Rashkin. Il quale, non a caso, ha voluto ricordare che la battaglia contro Putin non è una corsa dei 100 metri ma una maratona. “La vittoria è ancora lontana” ha detto in conferenza stampa a Saratov tre giorni fa (dove proprio oggi, guarda caso è stato arrestato il capo del partito comunista locale Nikolay Bondarenko per aver partecipato alle manifestazioni di piazza delle scorse settimane).

È l’evidente dimostrazione che lo spazio politico della protesta “anti-sistema” esiste, e c’è anche chi lo vuole colmare.

La realtà politica della Russia è difficilmente intelligibile in Occidente perché la lotta qui è sempre immediatamente politica, è lotta per il potere, lotta per il centro da cui si dirama ogni cosa. In Russia ai tempi di Lenin praticamente non esistevano i sindacati e oggi non esistono quelli che vengono definiti i “corpi intermedi”: la politica sulla Moscova non è mediazione ma essenzialmente scontro frontale. È da sempre così, e non c’è ragione di pensare che non sarà così anche nel futuro.

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