Intervista a Sergio Romano: “Una via cinese alla modernizzazione in Russia non era possibile”






Sergio Romano (1929) è stato ambasciatore presso la Nato a Mosca negli anni della perestrojka (1985-1989). Dopo essere andato in pensione si è dedicato all’attività di commentatore e di saggista. Recentemente ha pubblicato per i tipi di Longanesi “Processo alla Russia” una panoramica della storia russa da Pietro I a Putin, cogliendone la continuità imperiale. Ne abbiamo approfittato per fare una chiacchierata.

Dottor Romano secondo lei come mai si è passati dal dialogo est-ovest delle presidenze di Gorbaciov e Eltsin alla guerra fredda 2.0 che sta caratterizzando gli ultimi decenni?

La Russia non ha inteso sostanzialmente accettare che alcuni paesi dell’Est che erano stati sotto la sua egemonia per lungo tempo passassero sotto il controllo americano. Il tentativo prima di Gorbaciov e poi di Eltsin di creare un Commonwealth russo avrebbe potuto essere perfettamente accettato da parte occidentale e non rappresentava un pericolo. Putin, da questo punto di vista, si è presentato come un restauratore del prestigio e dell’autorevolezza russa soprattutto nelle aree slave. Se l’occidente a tutto ciò risponde con l’ulteriore l’allargamento della Nato, chiunque fosse al potere a Mosca non accetterebbe una tale soluzione. Cosa possono pensare a Mosca quando si parla insistentemente in Occidente di “blocco delle democrazie”? Che si cercherà di distruggere anche le relazioni che la Russia aveva conservato con alcuni paesi ex-sovietici come è successo con l’Ucraina e come sta succedendo con la Bielorussia.

La Nato sta diventando troppo aggressiva? Stupisce sentirlo da lei…

Il problema della Nato è che nata per avere un nemico, è nata per fare la guerra e se la Russia vede avvicinarsi questa organizzazione ma politico-militare, alle sue frontiere non lo può considerare un comportamento amichevole. La Nato dopo la fine della guerra fredda non ha modificato di una iota le sue  caratteristiche originarie: continua ad essere un’organizzazione sorta per fare la guerra che ha il costante bisogno di un nemico.

Si può pensare che l’unico interesse occidentale fosse quello di accedere o controllare le enormi risorse naturali russe?

Qualsiasi tentativo di creare delle relazioni positive con la Russia per accedere alle sue enormi risorse naturali è saltata quando si è deciso di accogliere la Polonia e l’Ungheria nella Nato. Le relazioni con la Russia sono diventate difficili quando l’Europa e gli Usa hanno deciso che gli Stati che facevano parte del blocco sovietico  non dovevano assumere una posizione neutrale come era avvenuto per un lungo periodo storico con gli Stati scandinavi.  

Questo forse già avvenne quando si rifiutò la proposta di Gorbaciov di una Germania unita ma neutrale e fuori dalla Nato…

Non era solo Gorbaciov a pensarla così, ma molti altri in Europa, uno su tutti: Giulio Andreotti. Ci sono sempre stati dei sospetti sulla Germania unita nel Vecchio Continente. Si ricorda cosa diceva François Mauriac? “Amo talmente tanto la Germania che sono felice di vederne due”.

Nel suo libro lei si sofferma sulla figura di Gorbaciov. Nel suo discorso di addio nel 1991 egli rivendicò la sua volontà di mantenere l’unione tra gli Stati che avevano composto l’Urss e le sue riforme democratiche. Oggi molto pensano che dovesse seguire la via di Deng, del “riformismo autoritario”.

Io non penso che una “via cinese” potesse essere percorsa in Russia. Penso invece che la strada intrapresa da Gorbaciov in buon parte fosse giusta e a quel tempo aveva avuto anche degli interlocutori americani disposti a ragionare sul suo progetto. Il problema di Gorbaciov fu il fallimento delle sue sue riforme economiche che aprì la strada alle privatizzazioni delle grandi imprese dell’era di Eltsin che furono molto pericolose perché portarono alla formazione in Russia di un potente gruppo di oligarchi, una sorta di Stato nello Stato.

Non pensa che la recente risoluzione approvata dal Parlamento europeo che a partire dalla denuncia del Patto-Ribentropp-Molotov del 1939, mette sullo stesso piano nazismo e comunismo, non porti che a un ulteriore peggioramento delle relazioni con la Russia?

Io penso che quella risoluzione sia stata un grande errore, patrocinata tra l’altro dai paesi del gruppo di Visengrad. Non c’è bisogno di essere comunisti per riconoscere che il comunismo aveva aspirazioni e valori assai diversi e più rispettabili di quelli del nazismo. La ritengo francamente una sciocchezza.

Si discute molto delle alleanze internazionali del futuro. Con chi starà la Russia, con la Cina o gli Usa?

Credo che bisogna smetterla di ragionare ancora come se fossimo nell’800 o nel ‘900 cioè  relazionarsi agli Stati solo come potenziali nemici o alleati. Io credo che bisognerebbe porsi in un’altra prospettiva se vogliamo far crescere le nostre società e giovare alle future generazioni. E invece continuiamo a usare la stessa retorica nazional-militare delle generazioni precedenti. La Cina rappresenta uno straordinario mercato che potrebbe essere un volano per la crescita di tutti e della stessa Cina. Eisenhower fece uno straordinario  discorso al momento di andare in pensione e abbandonare la presidenza, in cui dichiarò di aver constato durante la sua vita che il complesso industriale era diventato una gigantesca lobby all’interno del suo paese. Ecco questa lobby non ha smesso di esistere e ha costantemente bisogno di creare dei nemici. Gli Usa nel secondo dopoguerra hanno perso tutte le loro guerre dal Vietnam ad oggi, compresa di fatto anche quella in Iraq dove non è riuscita a stabilizzare la situazione. Guerre perse dal paese ma vinte dal complesso militar-industriale che ha ottenuto ogni volta enormi finanziamenti. Gli Stati uniti hanno recentemente cancellano tre accordi per il controllo e la riduzione delle armi nucleari con la Russia e lo hanno fatto perché la lobby militar-industriale ha bisogno di progettare e costruire nuove armi. Continuando su questa strada – è ovvio – le tensioni con la Cina e la Russia non potranno che aumentare.

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