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Kazachstan: l’oligarchia ora ha il suo Stolypin ma i lavoratori sono in campo

La rivolta in Kazachstan infine è stata domata – e non poteva essere altrimenti – ma lascia dietro di sé mille strascichi. Alcuni di carattere geopolitico (ma forse i marxisti dovrebbero lasciare ad altri questa terminologia non gli è propria per tornare a coglierle come “rapporti tra potenze”) ed avremo occasione di tornarci. Secondo le varie Sarafannoe Radio (le voci di corrodoio nello slang russo) kazake e buona parte dei kazakologi il presidente Quasym-Jormat Tokaev avrebbe utilizzato la rivolta per emarginare definitivamente l’ormai impopolarissimo Nursultan Nazarbaev e realizzare un’ampio programma di riforme sociali, oltre che ristritturare a fondo la catena di comando del governo e degli organi di sicurezza. Una decisione che potrebbe essere stata presa direttamente con Vladimir Putin come anche il rapido ritiro dei contingenti dell’Alleanza militare che hanno provocato più di un mal di pancia tra tutte classi sociali ( oltre che nei vicini paesi del Centro Asia). Il partito comunista della Federazione Russa si è smarcato solo in chiave “interna”, sostenendo senza esitazioni l’operazione neocoloniale dell’invio delle truppe russe.

La paura fa novanta e forse i circoli oligarchici hanno trovato nell’attuale presidente il loro Petr Stolypin. Come se la caverà, vedremo, il suo compito non è per nulla semplice. E resta da vedere se come l’aristocratico sassone vorrà conuigare il riformismo economico con la repressione politica.

In tal caso dovrebbe temere anche il malcontento sotterarneo delle classi medie urbane ritrovare un equilibrio tra i vari clan locali. Il fattore veramente nuovo e dirimente è l’ascesa della classe operaia che torna ad essere uno dei fattori della contesa politica. Una classe operaia giovane (soprattutto quella impiegata nei settori più propriamente industriali rappresenta più del 30% del totale), per un buon 40% femminile, concentrata in alcune zone del paese, sperimentata un oltre ventennio di lotte. Una classe lavoratice che ha ottenuto delle parziali conquiste e ha saputo realizzare, seppur in un contesto difficilissimo, un ripiegamento ordinato in attesa di vedere che cosa prevede il futuro.

La rivolta si è sviluppata a macchie di leopardo, con rivendicazioni molto differenziate al suo interno e senza una chiara direzione politica che ha – in ultima istanza – favorito il recupero del potere.

Il bilancio della repressione è durissimo con 164 persone uccise, di cui 103 ad Alma Aty dove lo scontro armato ha assunto dimensioni insurrezionali, 8000 gli arrestati. Putin e Tokaev hanno continuato a sottolineare i caratteri da “rivoluzione arancione” dei fatti di Alma Aty ma hanno dovuto rivedere al ribasso le cifre dei mercenari che sarebbero stati coinvolti (non più 20 mila come aveva affermato il Presidente kazako ma solo 300). Quando e se ci saranno i processi a porte aperte si potrà avere un quadro più chiaro anche di questo passaggio.