La sinistra dovrebbe difendere l’URSS? – di Ivan Ovsjannikov

L’originale dell’articolo si trova sulla rivista online russa September http://september.media/archives/2982

La “politica della memoria” è diventata quasi l’unica forma di politica dove le sinistre russe mietono ancora successi. La questione dell’atteggiamento verso il passato sovietico, che appariva del tutto inattuale sette anni fa, è nuovamente diventata oggetto di polemiche della sinistra con gli avversari ideologici e al suo interno.

La difesa dell’URSS, e in particolare dell’epoca staliniana dagli attacchi dei liberali, è l’occupazione preferita dei videoblogger di sinistra “alla moda”, tipo Costantin Semin e Andrej Rudov.

Ma a che serve tutto ciò quando tanto la sinistra che i liberali sono relegati in un ghetto?

In questo articolo provo a spiegare perché tanto l’apologia dello Stato sovietico, come pure la totale denigrazione dell’esperienza sovietica sono strategie sbagliate per gli anticapitalisti e propongo una versione alternativa di “politica della memoria” del Soviet.

 

Cos’è questa politica della memoria?

La politica della memoria è una forma di lotta per l’egemonia, finalizzata alla costruzione di “memorie condivise”. Per esempio, quando la Chiesa ortodossa erige monumenti a Nicola II, il Partito Comunista a Stalin e i liberali alle vittime delle repressioni staliniane, abbiamo a che fare con tentativi di imporre alla coscienza pubblica versioni di “memoria” che corroborano le pretese di questo o quell’altro attore politico a caccia di predominio ideologico.

I fabbricanti di memorie politiche invitano ad amare o a condannare il passato, a disonorare gli eroi, a odiare i nemici e i loro presunti eredi.

Facendo appello alla riconciliazione, al pentimento o alla divisione proclamano: possiamo rifarlo! Oppure, all’opposto, mai più! e riproducono una situazione nella quale, per parafrasare Marx le tradizioni delle generazioni defunte pesano come incubi sulle menti dei vivi.

La politica ribaltata nel passato immerge la società in un’atmosfera zombie-apocalittica, in cui la lotta degli interessi sociali prende la forma equivoca e falsa dei becchini di Lenin o dei costruttori di Stalin, dei divieti censori e della demagogia.

D’altro canto nelle guerre della memoria non si traspare solo l’aspirazione delle élite a promuovere i propri interessi come universali, ma si manifestano anche gli umori delle masse.

Così l’odierna crescita della popolarità di Stalin tra i russi viene misurata dai sociologi nel quadro di un crescente malcontento sociale e si può interpretare come richiesta di giustizia sociale che dovrebbe scaturire da uno stato autoritario non già putiniano, ma mitico, staliniano. Ignorare simili umori di sinistra, naturalmente, non si può. La questione è come la sinistra debba confrontarsi con essi.

 

Stalinismo oggi

Il mito sovietico, per come viene letto e presentato ordinariamente in Russia è una variante del mito paternalistico del buon governante. Tra le sue caratteristiche c’è la fissazione per il funzionamento dello Stato che interviene nel ruolo di demiurgo del progresso sociale; e per la figura sacrale del capo, istanza suprema di verità e di giustizia. Lo stalinismo di destra, che è completamente depurato dal marxismo vede in Stalin, anche nell’URSS, il successore degli zar, l’incarnazione della grande Russia immortale che ha superato vittoriosamente i tempi oscuri delle divisioni e della rivoluzione.

Nella sua versione stalinista di destra, il mito sovietico s’identifica col canovaccio standard della propaganda conservatrice, imperiale.

Questo non è più comunismo ma solo una delle varianti di punti di vista assolutamente di destra.

Lo stalinismo di sinistra, viceversa, considera la direzione di Stalin l’incarnazione concentrata della dittatura del proletariato, nella quale il proletariato medesimo si fonde con la volontà ferrea del partito e dei suoi dirigenti. Il grande terrore, la collettivizzazione forzata, la repressione delle libertà civili nell’URSS sono negati oppure vengono giustificati dalla necessità di unire la nazione in nome dello sviluppo economico o della vittoria sui nemici esterni.

Nella versione di sinistra lo stalinismo contrappone all’attuale stagnazione capitalistica la passata dittatura della produzione quando, senza badare alla difficoltà e alle forzature causate dall’arretratezza e dalla guerra, l’industrializzazione forzata sembrava avesse posto le basi di una nuova vita felice.

Il fatto che la politica staliniana con tutte le sue vittime (sia quelle ingiustificate, ma in qualche modo spiegabili, sia quelle tanto ingiustificate quanto inspiegabili) abbia semplicemente cancellato nel popolo l’aspirazione all’iniziativa dal basso, all’autogoverno, ecc., per gli stalinisti di sinistra è inessenziale.

La loro utopia, piuttosto tecnocratica che proletaria, è una specie di accelerazionismo che idolatra la crescita delle forze produttive a danno della tradizionale idea socialista di eguaglianza.

Di conseguenza, mentre sfuma l’immagine del passato sovietico, e quando predire oggi la fine del capitalismo appare ancora più complicato che predire la fine del mondo, lo stalinismo di sinistra, in uno spirito di post verità, costruisce la propria retro-futuristica utopia con i frammenti della propaganda sovietica.

La contraddittorietà del retaggio sovietico rende meno gravoso quel compito perché consente di fare appello a emozioni diverse: dallo sciovinismo e dall’omofobia, all’ansia per il progresso e alla conquista del Cosmo.

Gli stalinisti di sinistra “progressisti” possono dissociarsi retoricamente dagli aspetti reazionari dello stalinismo di sinistra più filisteo. Tuttavia, tracciare il limite tra progressismo autoritario e conservatorismo culturale è praticamente impossibile in quanto le due sensibilità condividono sostanzialmente le stesse basi.

 

Lo stalinismo attuale, esattamente come il suo antagonista, il trotskismo, è morto come teoria e pratica politica. Perché diciamo che è morto? Perché ciò che lo ha reso quello che era sono state la lotta tra due sistemi e l’esistenza di un movimento internazionale comunista e antimperialista, due elementi che agivano come potenti fattori di una politica mondiale; e inoltre l’attrattiva per i paesi meno sviluppati di progetti di modernizzazione autoritaria secondo i modelli moscoviti. Di più lo stalinismo non ha fatto, in un contesto che non esiste più.

Tuttavia, i discorsi sullo stalinismo o il trotskismo “scomparsi”, che erano popolari in Russia alla fine degli anni ’10, si sono rilevati prematuri. Se lo stalinismo autentico è morto insieme alla disintegrazione dell’URSS e alla degenerazione capitalistica della Cina, il post-stalinismo è vivo e gode buona salute nella forma di social-conservatorismo.

Come ha dimostrato la scissione della sinistra russa nel periodo della “palude”  e come si dimostrò successivamente, al tempo della guerra nel Donbass, questo post-stalinismo non esprime soltanto un’innocua nostalgia per il passato, ma indica soprattutto una strategia politica precisa che consiste nella sistematica sostituzione delle idee del marxismo classico con i loro surrogati reazionari: l’anticapitalismo con l’antiliberalismo; l’antimperialismo con il campismo (da intendere come il sostegno a governi nazionali in qualche modo contrapposti all’egemonia occidentale); il socialismo con lo statalismo [il capitalismo di Stato n.d.t.]; la lotta di classe con il paternalismo dello stato socialista.

Sebbene non tutti gli stalinisti russi osino spingere le loro opinioni fino alle ultime conseguenze logiche (il che produce la loro impotenza politica) come fa per esempio Kurginyan, in ultima analisi il loro è un reazionarismo di sinistra che implica solidarietà diretta o indiretta col partito filo-governativo dell’élite nella lotta contro il movimento democratico di protesta.

 

In che cosa l’apologia stalinista dell’URSS è dannosa per la sinistra?

Avendo sostituito l’analisi marxista delle contraddizioni sociali con una mitologia prelevata dall’arsenale dei complottisti, l’utopia stalinista è incapace di spiegare in modo convincente la disfatta del socialismo sovietico. I tentativi di negare o di attenuare l’importanza di avvenimenti storici ben conosciuti trasformano gli stalinisti in una specie di ultra-sinistra negazionista, una specie di negatori dell’Olocausto. Questo autorizza gli oppositori a bollare la sinistra come falsificatrice, cinica e revanscista e a indicare il totalitarismo come lo sbocco inevitabile dell’anticapitalismo.

La giustificazione della burocrazia sovietica rovina l’idea stessa di socialismo come movimento per l’eguaglianza e la libertà; e inevitabilmente conduce all’opportunismo.

I sogni di uno Stato onnipotente, grande e giusto, che si prende cura della gente, punisce e salva, nella realtà russa non è altro che putinismo, con una spruzzata di sociale.

La ripetizione del mantra stalinista di sinistra sulla dittatura del proletariato maschera solo l’assenza di orientamento politico.

Per quanto la dittatura del proletariato debba essere preceduta dalla lotta di classe, a scongiurare la quale lavora il putinismo come sistema di riproduzione di apatia sociale, all’ordine del giorno della sinistra (come anche tutte di le altre forze di opposizione) si pone la conquista della democrazia politica che “sblocca” la società e libera il campo per il conflitto di classe.

In queste condizioni la giustificazione delle repressioni, del mono-partitismo, il rafforzamento  degli umori paternalistici delle masse e degli istituti bonapartisti, del tipo del KPRF o del FNPR, come pure la tendenza alla divisione del movimento democratico di protesta sulla questione del giudizio sull’URSS risultano non solo inopportuni, ma reazionari.

 

Cosa c’è di sbagliato nell’antisovietismo di sinistra

L’approccio improduttivo e antitetico di certa sinistra è condiviso con un certo numero di anarchici e di socialdemocratici. Tutta questa sinistra, al pari dei liberali, mette il segno uguale tra bolscevismo e stalinismo.

Nella loro concezione il virus totalitario contagiò la Rivoluzione d’Ottobre fin dall’inizio. I successivi 70 anni, con l’eccezione delle isolate resistenze dell’esordio, come l’insurrezione di Kronstadt o le proteste degli operai di Novocerkassk, furono avvolti nelle tenebre. La posizione della sinistra antisovietica è debole per diverse ragioni: in primo luogo non spiega perché il regime comunista contro la volontà di tutte le classi della popolazione, abbia vinto, si sia consolidato e abbia ottenuto indiscutibili risultati sul terreno della legislazione sociale e dell’edificazione economica.

In secondo luogo, quel punto di vista non è meno elitario di quello degli stalinisti che vedono nel passato soltanto capi ed eroi.

La percezione positiva o moderatamente critica del passato sovietico che hanno milioni di russi contemporanei non scaturisce solo dalla propaganda, ma da ricordi familiari, dall’esperienza personale, dal confronto critico coi lati positivi della realtà sovietica e non può essere rapportata ad un quadro semplificato dell’URSS come un inferno totalitario di pensiero unico e di conformismo.

Quel punto di vista viene stroncato per esempio nel libro di Aleksei Jurciak dal titolo suggestivo Era per sempre, finché non è finito. L’ultima generazione sovietica. Quel punto di vista è antiquato, tendenzioso, ignaro della la complessità e molteplicità della comunità sovietica.

Posizioni che non sono distanti dalle caricature social-razziste dell’uomo sovietico e dei putiniani 86% proposte dalle destre liberali, che giocano un ruolo di demoralizzazione e smobilitazione nel discorso politico russo.

L’ideologia della protesta può certamente confrontarsi col passato anche dandone una valutazione nichilistica, ma questa porta in un vicolo cieco. Formalmente opposizione, in pratica antisovietismo di sinistra, contribuisce non alla decomposizione del sistema attuale, ma piuttosto, alla sua conservazione.

Unendosi all’antisovietismo liberale, complica il dialogo con quella parte di società di sentimenti pro-sovietici. Indebolisce il movimento democratico di protesta e, come lo stalinismo, contribuisce all’egemonia politica della destra liberale.

 

È necessaria alla sinistra una sua politica della memoria?

A differenza dei rappresentanti dell’élite, la sinistra non ha bisogno di travestire le contraddizioni sociali con miti patriottici.

È nell’interesse dei socialisti rimuovere la falsa coscienza: per i sovietici duri e puri, come pure per i liberali, per i super-patrioti e per i filo-occidentali viceversa non c’è spazio per la solidarietà e per la lotta sulla base di reali fondamenti di classe, di genere e di altre contraddizioni reali.

Di primo acchito la soluzione sembrerebbe essere un populismo di sinistra, nel senso positivo che al termine ha dato Chantal Mouffe. Evitando un’autoidentificazione ideologica univoca e sottraendosi alle questioni sulla “natura” dell’URSS, la sinistra avrebbe potuto appellarsi direttamente alle masse, ai loro interessi sociali e agli umori antioligarchici come fa, in maniera demagogica e incoerente, Navalnij. Ma viene da chiedersi: si potrebbe praticare una tale politica in maniera non demagogica e coerente? Tenuto conto che gli obiettivi della sinistra vanno oltre la convocazione di elezioni pulite, la lotta alla corruzione o a riforme sociali cosmetiche, essa dovrebbe essere fautrice di un’ideologia socialista, ma ciò implica rispondere alle domande che riconducono al passato sovietico e cercare in esso una fonte di legittimazione.

 

C’è bisogno di marxismo critico

La distinzione tra gli aspetti progressisti e quelli reazionari dell’esperienza sovietica è tipica del trotskismo.  Stando a questa concezione dal 1917 alla metà degli anni Venti, l’URSS è rimasta uno Stato operaio relativamente sano, ma successivamente, con la vittoria di Stalin nella lotta interna del partito, a causa di ragioni oggettive e soggettive, è intervenuta una degenerazione burocratica del regime sovietico la quale, sebbene non di colpo, annullò le conquiste socialiste. La restaurazione vera e propria del capitalismo intervenne solo negli anni ’90 quando i quadri della nomenclatura sovietica formarono l’ossatura dii una nuova borghesia.

Un tale approccio sembra più flessibile dei precedenti, ma, dato che lo si applica dogmaticamente, si trasforma in una combinazione di apologia del leninismo e di critica elettoralistica di quello che era l’URSS in realtà.

Sebbene l’analisi dei processi di trasformazione burocratica proposta da Trotskij nella Rivoluzione tradita resti attuale, è poco probabile, a trent’anni dal crollo dell’URSS che la sinistra possa prendere come oggetto di riferimento e come modello da imitare il breve tentativo di comunismo sostenibile praticato in un paese agricolo e sfociato peraltro in una delle più feroci dittature del XX secolo.

Se descrivono l’URSS come un regime ibrido che coniuga elementi di socialismo con altre strutture sociali, i marxisti odierni sono obbligati a mantenere una distanza critica in rapporto alla dirigenza e ai simboli di quel regime, che si tratti di Lenin, Stalin o Trotskij e del movimento bolscevico medesimo.

Bisogna rinunciare alle tradizioni feticistiche del bolscevismo con i suoi testi autorevoli, i suoi  simboli e i suoi rituali. Reggendosi sui principi basilari del marxismo la sinistra è obbligata a interpretarli in conformità con le realtà attuali, senza sforzarsi di riprodurre nelle circostanze attuali il bolscevismo modello 1917, elevando l’ortodossia formale a virtù.

 

Una storia popolare contro la mitologia dello Stato

In secondo luogo bisogna spostare il focus dell’attenzione dalla storia dello stato alla storia del popolo [nel senso che dà a quel termine Howard Zinn che racconta la storia USA dal punto di vista della classe lavoratrice e dei gruppi sociali oppressi] e quei lati della quotidianità sovietica che la fanno somigliare all’attuale concezione del socialismo: ad esempio il progresso nella sfera della legislazione sociale e dell’uguaglianza di genere, l’internazionalismo, il progressismo, un relativo egualitarismo.

La sinistra democratica deve cercare ispirazioni non nelle figure mitiche dei capi, ma nelle storie della gente sovietica, per esempio di chi in modi diversi si opponeva alla forza micidiale della burocrazia mantenendosi tuttavia fedele ai valori socialisti.

Si deve parlare non solo delle vittime comuniste della repressione, dei menscevichi, dei socialisti rivoluzionari o dei dissidenti di sinistra, ma anche di quelli che, pur rimanendo all’interno del sistema, contribuirono alla sua umanizzazione: gli anni ’20, il disgelo e, in parte, la Perestroika, devono molto a questi esempi.

Se si fa propria l’idea dell’URSS come una società complessa e contraddittoria la cui realtà non consisteva né in una repressione totalitaria né nelle geniali realizzazioni di un partito, ci liberiamo da quell’incubo di rievocazione e contraddizione storica che incombe sulla sinistra.

 

Traduzione di Luciano Beolchi

Il traduttore ringrazia Yurii Colombo per l’imprescindibile sostegno