Sergey Maximischin: il medico che dopo aver salvato la vita di Navalny ha perso la sua






Si tinge di giallo la morte di Sergey Maximischin, il vice-primario del reparto di anestesiologia e rianimazione della clinica nella città siberiana di Omsk.

Facciamo un passo indietro.

È il 20 agosto 2020, quando un aereo fa scalo non programmato a Omsk, in Siberia. A bordo un passeggero, Alexej Navalny, si contorce e urla in preda a dolori lancinanti. Il passeggero viene trasportato in ambulanza nell’ospedale locale.

Durante il trasporto il paziente perde conoscenza. In ospedale i medici si rendono conto della gravità della situazione e fanno del loro meglio per evitare che l’uomo muoia. La forte fibra di Navalny e la tempestività dei primi soccorsi lo tengono in vita, ma la clinica, dal punto di vista medico, non è attrezzata per affrontare il suo caso. Il paziente deve essere urgentemente transferito in una clinica specializzata.

L’oppositore politico del Cremlino, entrato in coma, viene trasportato in una clinica speciale, la Charité di Berlino, il fiore all’occhiello dell’ex DDR (Repubblica democratica tedesca). La diagnosi è inequivocabile: avvelenamento per mezzo dell’agente chimico di guerra Novichok. A suffragare questa tesi non sono solo i medici della Charité ma anche l’Istituto di Farmacologia e Tossicologia delle forze armate tedesche e tre laboratori chimici indipendenti.

Lentamente Navalny riacquista le forze e dopo una riabilitazione di trentadue giorni viene dimesso.Invece di restarsene al sicuro in Occidente – e di questo gli va reso atto nonostante le aspre critiche che si leggono in rete nei suoi confronti – decide di tornare immediatante in Russia, dove viene arrestato all’areoporto di Mosca. Dopo una breve custodia cautelare in una piccola stazione di polizia, viene processato e condannato a tre anni e mezzo di prigione.

Mentre in numerosissime città russe, nonostante le proibitive temperature, scoppia una gigantesca protesta popolare nelle piazze, aumentano le tensioni tra la Russia del despota Putin e il resto del mondo.

Quanto all’avvelenamento dell’oppositore del regime, i funzionari russi continuano a negare tutto. In una prima versione dei fatti l’ospedale di Omsk aveva parlato di avvelenamento. Questa versione fu poi smentita dal direttore della clinica, Alexander Murachovsky, il quale, un mese più tardi, è stato promosso Ministro della Salute della regione di Omsk.

Intanto – ironia della sorte – il medico russo, Sergey Maximischin, che aveva prestato prestato i primi soccorsi, curato Alexej Navalny e avanzato l’ipotesi di avvelenamento è improvvisamente morto all’età di 56 anni. Conoscendo i metodi della scuola di provenienza dell’ex- ufficiale del KGB, viene spontaneo chiedersi: si tratta veramente di morte naturale? Chi ha interesse ad evitare che i testimoni dell’avvelenamento ne parlino pubblicamente?

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