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Egor Letov, la leggenda del punk siberiano

YURII COLOMBO

Provate a pensare se l’aeroporto di Londra fosse dedicato a Joe Strummer… Impossibile? Bene, Omsk, città siberiana della Federazione Russa, sta per dedicare il suo a Egor Letov, il più corrosivo, straordinario punk rocker che abbia mai calcato le scene sovietiche e russe.

Letov nacque proprio a Omsk nel 1966. La città siberiana aveva tutte le carte in regola per diventare la capitale del punk russo underground. In primo luogo è sempre stata una delle capitali della Siberia e lo stesso Letov fu sempre convinto che i caratteri di questa regione avessero molto a che fare con la nascita del punk russo.

La Siberia è quel luogo che è stato deputato nella storia russa al confinamento dei “vecchi credenti” e dei rivoluzionari, ai gulag, alle “città chiuse” degli esperimenti militari. “In Siberia ti senti libero perché sai che molto più in là non ti possono mandare… dove ti possono mandare ancora?” affermava lo stesso Letov. La Siberia dunque come fronte estremo della libertà e della sua massima restrizione.

https://youtu.be/hotQph4LZhw

“A Novosibirsk, all’accademia cittadina le cose andarono così. Lì, le autorità sovietiche alla metà degli anni ’60 decisero di condurre un esperimento: volevano vedere cosa sarebbe successo a concentrare in un solo posto tutti i geni folli. E successe l’inevitabile: immediatamente tutti iniziarono a scrivere in difesa di Sinjavskij (celebre dissidente sovietico n.d.r.), le donne iniziarono a chiedere il sesso libero e così via” ricordava Letov.

Ma le città siberiane di quando Letov decide di imbracciare il basso erano anche quelle delle bufere di neve alle due del pomeriggio, degli androni delle case popolari che puzzano di piscio e zuppa di cavoli, delle camminate in notti incerte seguendo le traiettorie delle rotaie, dei tre accordi e solo quelli, per raccontare adolescenze slabbrate. E poi oltre gli Urali c’è quella “ingenuità siberiana – scriveva Letov in uno dei suoi quaderni – che ci ha fatto percepire il movimento punk non come un attributo alla moda ma come un’idea. Non solo come bagaglio intellettuale o come attivismo sociale ma come espressione della semplicità del duro popolo siberiano abituato a non avere un soldo in tasca e a esprimere la propria opinione direttamente e con franchezza”.

Quella semplicità siberiana che lo porterà a tornare a Omsk dopo una parantesi moscovita: non si innamorò mai di una capitale in cui denaro e mode ritmavano e trituravano le esistenze.

Letov era una strana razza di punk. Oltre a maltrattare bassi e chitarre Letov amò sempre le letture, quelle buone. Gli piacevano, tra gli altri, Kafka, Bradbury, Pennac, Wilde, Kerouac e tra i russi Dostoevskij, Ilf e Petrov, Platonov e Shalamov che shekerava abilmente nei testi delle sue canzoni. Crebbe ascoltando di tutto malgrado nella Omsk sovietica reperire dischi e cassette non fosse uno scherzo. Secondo il fratello Sergej (celebre sassofonista jazz e anche oggi impegnato a sinistra) uno dei primi vinili che si trovò tra le mani fu “Tommy” degli Who di cui non solo consumò i solchi ma di cui ricopiò e tradusse i testi. Crebbe con il garage-rock americano, i Sonics, Dylan, Neil Young, Clash, Pink Floyd (ma solo i primi) Michale Rolf Gira, Monks…

Letov inizia a suonare nel 1982 e due anni dopo fonda il gruppo “Grazdanskaja Oborona” (Difesa Civile) di cui tra fasi alterne ne sarà musa e anima fino alla morte. Il 7 dicembre 1985, dopo aver registrato i suoi primi long-playing, Letov viene sequestrato dal KGB e rinchiuso in ospedale psichiatrico, accusato di essere “un soggetto antisociale”. Riuscirà a farlo liberare, il fratello dopo aver minacciato di informare la stampa internazionale “sul carattere menzognero della perestrojka gorbaceviana”.

Il 1987 è l’anno del decollo di Letov. Nel suo piccolo studio di registrazione casalingo produce ben 5 album in pochi mesi (anche se non sempre il materiale è inedito e spesso si tratta di versioni diverse degli stessi pezzi).

Tuttavia l’effetto è devastante. Non c’è già più la ripetizione ingenua del punk occidentale ma un solido rock siberiano. In “Vse idet po planu” (Tutto va secondo il piano) dell’anno successivo troviamo canzoni che diverranno veri e propri inni generazionali a cominciare proprio dalla traccia che da titolo all’album, ironica e rabbiosa denuncia del sistema sovietico, passando per “Sistema”, “Gosudarstovo” (Lo Stato) fino a “Suizid” (Suicido). La produzione di Letov dei primi anni è copiosissima: tra il 1985 e il 1990 pubblica 17 album (a cui vanno aggiunti i 14 del b-project “Kommunizm”). Nel 1988 mette insieme anche un altro gruppo b-project intitolato provocatoriamente Adolf Hitler e che registrerà un solo album dal vivo.

Nel 1987 intanto Letov aveva conosciuto Janka Djagileva straordinaria cantautrice allora ventunenne di Novosibirsk (altra città siberiana fucina dell’underground russo), che convince a registrare l’album acustico “Prodano!” (Venduto!). Inizia un sodalizio straordinario, anche sentimentale, che porterà alla conversione di Janka al suono elettrico e la sua partecipazione agli infiniti tour “Grazdanskaja Oborona” del periodo 1988-1990 (Janka perirà in circostanze drammatiche mai chiarite nel 1991).

Janka e Egor Letov

Dopo il 1990 Letov si prende una lunga pausa dalle incisioni che durerà fino al 1997. È il suo periodo “politico”. Letov non aveva mai nascosto la sua simpatia per l’anarchia, una simpatia del tutto non ideologica che commistionava con elementi di archeo-comunismo patriottico e conservatore. Tuttavia l’ascesa di Eltsin e le vicende del 1993 con il bombardamento della Casa Bianca a a Mosca produssero un effetto profondissimo sul musicista di Omsk. Letov e i suoi amici di “Grazdanskaja Oborona” si trasferirono a Mosca dove parteciparono in prima al movimento contro il “colpo di Stato eltsiniano”. È di questa fase la sua adesione al partito nazionalbolscevico di Eduard Limonov e di Alexander Dugin e di canzoni come “Rodina” (Patria). Del movimento “nazbol” gli piace la freschezza, l’estremismo, il gusto per il gesto estetizzante e non certi i rimandi al fascismo di sinistra e a certo sovietismo caricaturale. Se ne staccherà qualche anno dopo, deluso, per tornare alle tradizionali posizioni anarchiche, esistenzialiste e antitotalitarie. Dello stesso periodo è la sua partecipazione anche al progetto “Russkij Proryv” (Innovazione Russa) la versione russa di “Rock in opposition” e il sostegno al comunista Gennadij Zjuganov, contro Eltsin, nelle elezioni presidenziali del 1996.

Gli anni 2000 vedono il suo grande ritorno con i “Grazdanskaja Oborona”. L’inserimento del chitarrista solista Alexander Chesnakov rende il suono del gruppo più compatto e accattivante. Sono gli anni di canzoni altrettanto significative di quelle degli esordi: l’inno “Kto-to drugoj” (Qualcuno d’altro) e la ballata elettrica “Znacit, Uragan” (Quindi, l’uragano) destinate sin da subito ad essere amatissime dai suoi fans.

Letov muore improvvisamente il 19 febbraio del 2008 a soli 42 anni (alcuni dicono per intossicazione da alcool di cui faceva abbondante uso negli ultimi anni) e l’aurea mitica che già lo circondava in vita non fatica a trasformarsi in leggenda. “Grazdanskaja Oborona” si scioglie e la moglie si dedica alla ristampa di tutto il suo materiale sonoro, oltre a proporre inediti in studio e dal vivo. Nel 2009 sono stati pubblicati anche tre volumi di autografia e nel 2014 le sue poesie. Ed è montato il fenomeno del collezionismo dei suoi dischi. Sono decine i bootleg, le registrazioni pirata, le raccolte in circolazione: un fenomeno destinato a non sgonfiarsi per colui che è stato definito il “patriarca del punk russo”.

I russi hanno un debole per chi si mette in gioco, per chi sa dire di no, per chi è “vero”. Forse per questo, tra non molto, si decollerà verso cieli azzurri e stelle dall’aeroporto internazionale di Omsk “Egor Letov”.

Pubblicato per la prima volta su Alias nel 2018