Josif Brodskij – Nadežda Mandel’stam (1899-1980). Un necrologio






Ricorrono oggi, 28 gennaio 2021, i 25 dalla morte di Iosif Brodskij, uno dei più grandi poeti contemporanei. Nato a Leningrado nel 1940, dissidente suo malgrado, fu condannato nel 1964 dal regime sovietico per “parassitismo” a 5 anni di lavori forzati nel distretto di Konoša e poté abbandonare l’Urss solo nel 1972 dopo essere privato della cittadinanza. Nel 1996 gli è stato conferito il premio Nobel per la letteratura. Riproduciamo qui il necrologio a Nadežda Mandel’stam, pubblicato in Italiano nel 1987 da Adelphi nella raccolta di saggi con il titolo Fuga da Bisanzio, con la traduzione di Gilberto Forti.

Nadežda Mandel’stam (1899-1980) Un necrologio

Degli ottantuno anni della sua esistenza, Nadežda Mandel’stam ne ha vissuti diciannove come moglie e quarantadue come vedova del più grande poeta russo di questo secolo, Osip Mandel`stam. Il resto fu infanzia e adolescenza. Negli ambienti colti, e specialmente tra gli uomini di lettere, essere la vedova di un grand’uomo basta a fornire un’identità. Questo è vero soprattutto in Russia, dove il regime, negli Anni Trenta e Quaranta, sfornava vedove di scrittori con una tale efficienza che verso la metà dei Sessanta ce n’era in circolazione un numero sufficiente per organizzare un sindacato. “Nadja è la vedova più fortunata” usava dire Anna Achmatova riferendosi al riconoscimento universale tributato in quegli anni a Osip Mandel`stam. L’epicentro di questa osservazione era logicamente la figura del poeta, un confratello dell’Achmatova; e benché quest’ultima avesse pienamente ragione il suo era un modo di giudicare dall’esterno. Quando il riconoscimento cominciò ad arrivare, Madame Mandel`stam aveva già superato i sessant’anni, le sue condizioni di salute erano quanto mai precarie e quelle finanziarie men che modeste. E poi, nonostante l’universalità di quel riconoscimento, esso non includeva la Russia stessa, ossia, come si diceva enfaticamente, “un sesto di tutto il pianeta”. Nadežda Mandel’stam si era già lasciata alle spalle due decenni di vedovanza, privazioni indicibili, la Grande Guerra (così grande da cancellare qualsiasi perdita personale) e la quotidiana paura di essere agguantata dagli agenti della Sicurezza di Stato come moglie di un nemico del popolo. Per chi scampava alla morte, tutto ciò che veniva dopo poteva significare soltanto un rinvio, una tregua. La conobbi esattamente allora, nell’inverno del 1962, a Pskov, dove ero andato con alcuni amici per dare un’occhiata alle chiese della città (le più belle, a parer mio, di tutto l’impero). Anna Achmatova, avendo saputo del nostro viaggio a Pskov, ci aveva suggerito di fare una visita a Nadežda Mandel’stam, che insegnava inglese in quell’istituto di pedagogia, e ci aveva affidato alcuni libri per lei. Era la prima volta che ne sentivo pronunciare il nome: io non sapevo nemmeno che esistesse. Abitava in un piccolo appartamento comune, formato da due stanze. La prima era occupata da una donna che si chiamava, per una piccola ironia del destino, Njecvetaeva (alla lettera: Non-Cvetaeva); la seconda era quella di Madame Mandel’stam. Con i suoi otto metri quadrati, aveva le dimensioni che può avere in America una stanza da bagno media. Quasi tutto lo spazio era occupato da un letto di ferro a due piazze; c’erano anche due sedie di vimini, un cassettone con un piccolo specchio, e un tavolino da notte, un tavolino tuttofare sul quale si vedevano dei piatti con gli avanzi della cena e, accanto ai piatti, un libro aperto: : Il riccio e la volpe di Isaiah Berlin, nell’edizione inglese in brossura. La presenza di questo libro dalla copertina rossa in quella minuscola cella, e il fatto che lei non l’avesse nascosto sotto il cuscino allo squillo del campanello, potevano significare soltanto una cosa: l’inizio di una tregua. Il libro, come risultò poi, le era stato mandato dall’Achmatova, che per quasi mezzo secolo rimase la più intima amica dei Mandelstam: dapprima di tutt’e due, poi della vedova. L’Achmatova, due volte vedova lei stessa (il primo marito, il poeta Nikolaj Gumilyv, venne fucilato nel 1921 dalla Ceka, che è il nome da ragazza del K.g.b; il secondo, lo storico dell’arte Nikolaj Punin, morì in un campo di concentramento appartenente alla stessa istituzione), aiutò Nadežda Mandel’stam in tutti i modi possibili, e durante gli anni della guerra le salvò letteralmente la vita, facendola partire clandestinamente per Taškent, dove era stato evacuato un gruppo di scrittori, e dividendo con lei le razioni giornaliere. Benché il regime le avesse ammazzato due mariti, benché suo figlio fosse stato mandato nei “campi” a languirvi per diciotto anni, l’Achmatova se la cavava un po’ meglio di Nadežda Mandel’stam, se non altro perché era riconosciuta come scrittrice, sia pure a denti stretti, e aveva il permesso di vivere a Leningrado e a Mosca. Per la moglie di un nemico del popolo le grandi città erano territorio vietato. Per decenni Nadežda Mandel’stam visse alla macchia, in fuga perpetua, svolazzando tra gli angiporti e oscure città del grande impero, posandosi in un nuovo nido solo per riprendere il volo al primo segnale di pericolo. La condizione di “non persona” divenne a poco a poco la sua seconda natura. Era una piccola donna, di esile corporatura, e col passare degli anni si rattrappì sempre più, come se cercasse di trasformarsi in un oggettino privo di peso che si potesse facilmente ficcare in tasca al momento della fuga. Allo stesso modo, si può dire che non possedesse niente: non mobili, non oggetti d’arte, non una libreria. I libri, anche i libri stranieri, non restavano a lungo nelle sue mani: una volta letti o scorsi rapidamente, erano subito passati a qualcun altro il destino che i libri dovrebbero avere. Negli anni della sua massima opulenza, alla fine dei Sessanta e all’inizio dei Settanta, il pezzo più costoso del suo appartamento, una stanza alla periferia di Mosca, era un orologio a cucù appeso al muro della cucina. Un ladro sarebbe rimasto a bocca asciutta; e così chi si fosse presentato con un mandato di perquisizione. In quegli anni “opulenti” che seguirono la pubblicazione dei suoi due volumi di memorie in Occidente, (*) quella cucina diventò la meta di veri pellegrinaggi. Regolarmente, quasi una sera sì e una no, il meglio della Russia post-staliniana, sopravvissuti e facce nuove, si radunava intorno al lungo tavolo di legno che era dieci volte più grande del telaio del letto di Pskov. Sembrava quasi che Nadežda Mandel’stam volesse rifarsi dei decenni vissuti da paria. Dubito però che vi riuscisse, e a me pare di ricordarla meglio in quella stanzetta di Pskov, oppure seduta sull’orlo di un divano nell’appartamento dell’Achmatova a Leningrado, dove di tanto in tanto veniva illegalmente da Pskov, o affiorante dal fondo del corridoio dell’appartamento di Šklovskij a Mosca, dove si posò provvisoriamente prima di trovarsi un suo nido. Se questi ricordi risultano più nitidi, è forse perché colgono nel suo vero elemento una reietta, una fuggitiva, “l’amica mendicante” come la chiama Osip Mandel`stam in una poesia che tale rimase per il resto della vita. C’è da rimanere trasecolati quando ci si rende conto che Madame Mandel`stam scrisse quei suoi due volumi all’età di sessantacinque anni. In famiglia lo scrittore era Osip, non Nadežda. Se lei aveva scritto qualcosa prima di quei volumi, si trattava di lettere agli amici o di appelli alla Corte Suprema. Né si può parlare, nel suo caso, di una persona che, arrivata alla pensione, ripercorre tranquillamente un’esistenza lunga e ricca di avvenimenti. Perché i suoi sessantacinque anni non erano stati propriamente normali. Non per niente c’è nel sistema penale sovietico un paragrafo in cui si specifica che un anno scontato in certi “campi” vale per tre. A questa stregua, le vite di molti russi, nel nostro secolo, sono quasi arrivate a uguagliare in lunghezza quelle dei patriarchi biblici con i quali lei aveva in comune un’altra cosa: la devozione alla causa della giustizia. E tuttavia non fu solo per devozione alla giustizia se all’età di sessantacinque anni prese la penna e usò la parentesi della tregua per scrivere quei libri. Ciò che li fece nascere fu una ricapitolazione, su scala individuale, di un fenomeno che già una volta aveva avuto luogo nella storia della letteratura russa. Penso all’avvento della grande prosa russa nella seconda metà dell’Ottocento. Questa prosa, che può apparire nata dal nulla, un effetto di cui non è discernibile la causa, in realtà era semplicemente un prolungamento, una meteora staccatasi dalla poesia russa dell’Ottocento. Fu questa a dare il tono a tutta la successiva letteratura in lingua russa, e la migliore opera narrativa può essere considerata un’eco lontana e un’elaborazione meticolosa della sottigliezza psicologica e lessicale dispiegata dalla poesia russa del primo quarto di quel secolo. “Quasi tutti i personaggi di Dostoevskij” diceva Anna Achmatova “sono eroi puškiniani invecchiati, sono degli Onegin e via di seguito”. La poesia procede sempre la prosa, e così avvenne nella vita di Nadežda Mandel’stam, e in più di un senso. In lei, come scrittrice e anche come persona, vediamo la creazione di due poeti ai quali la sua esistenza fu inesorabilmente legata: Osip Mandel`stam e Anna Achmatova. E non solo perché il primo fu suo marito e la seconda l’amica di tutta la vita. In fondo, quarant’anni di vedovanza potevano appannare i ricordi più felici (e nel caso di questo matrimonio i ricordi felici erano così pochi e dispersi, se non altro perché il matrimonio coincise con la devastazione economica del Paese, causata dalla Rivoluzione, dalla guerra civile e dai primi piani quinquennali). Analogamente, ci furono anni in cui non le fu possibile incontrare l’Achmatova, e una lettera era l’ultima cosa a cui ci si potesse confidare. La carta, in generale, era pericolosa. Ciò che rafforzò il vincolo di quel matrimonio, come di quell’amicizia, fu un particolare di natura tecnica: la necessità di affidare alla memoria quello che non poteva essere affidato alla carta, e cioè le poesie dei due autori. Affidandosi alla memoria in quell’“epoca pre-gutenberghiana” sono parole dell’Achmatova Nadežda Mandel’stam non fu certamente sola. In ogni caso, se ripeteva giorno e notte le parole del marito morto, è certo che non lo faceva soltanto per comprenderle sempre più a fondo, ma anche per risuscitare la voce stessa di lui, le intonazioni che erano sue e di nessun altro, per procurarsi almeno la fuggevole sensazione della sua presenza, per convincersi che lui faceva la sua parte per tener fede a quel contratto che va rispettato “nella buona sorte o nella cattiva”, e specialmente in quest’ultima. Altrettanto accadde per le poesie dell’Achmatova, che fisicamente era spesso lontana, giacché questo meccanismo di memorizzazione, una volta messo in moto, non si ferma più. E altrettanto avvenne per altri autori, per certe idee, per i princìpi etici per tutto quello che non poteva sopravvivere altrimenti. E a poco a poco quelle cose attecchirono e crebbero, perché in lei avevano trovato il terreno propizio. Se c’è un surrogato dell’amore, è la memoria. Imparare a memoria, allora, significa ripristinare l’intimità. A poco a poco i versi di quei poeti divennero la sua mentalità, divennero la sua identità. Le fornirono non solo un piano di osservazione o l’angolo visuale: divennero, cosa più importante, la sua norma linguistica. Così, nell’accingersi a scrivere i suoi libri, non poteva non calibrare le proprie frasi ormai involontariamente, istintivamente confrontandole con le loro. La limpidezza e la spietatezza delle sue pagine, se da una parte rispecchiano il carattere della sua mente, dall’altra sono anche inevitabili conseguenze stilistiche della poesia che aveva formato il suo spirito. Sia nel contenuto sia nello stile i suoi libri non sono che un post scriptum a quella suprema versione del linguaggio che è essenzialmente la poesia e che lei aveva assimilato in sé, come carne della propria carne, imparando a memoria i versi del marito. Per riprendere una frase di W.H. Auden, la grande poesia la colpì, anzi la “ferì” tanto profondamente da costringerla alla prosa. Proprio così: perché l’eredità di quei due poeti poteva essere sviluppata o elaborata solamente con la prosa. Nella poesia essi potevano essere seguiti solo da epigoni, ed è quel che è avvenuto. In altre parole, la prosa di Nadežda Mandel’stam era l’unico mezzo disponibile al linguaggio per evitare un ristagno. Analogamente era l’unico mezzo disponibile per una psiche foggiata dall’uso che quei poeti avevano fatto del linguaggio. I suoi libri, così, non erano tanto memorie e guide alla vita di due grandi poeti, sebbene assolvessero stupendamente a queste funzioni: i suoi libri illuminavano la coscienza della nazione. Di quella parte, almeno, che poteva procurarsene una copia. Non c’è da stupire, dunque, se questa “illuminazione” si traduce in un atto d’accusa contro il sistema. I due libri di Madame Mandelstam equivalgono infatti a un Giudizio universale, sulla terra, per l’epoca dell’autrice e per la letteratura di quell’epoca un giudizio celebrato tanto più legittimamente in quanto era quella l’epoca che aveva intrapreso l’edificazione del paradiso terrestre. Ancor meno c’è da stupire, poi, se queste memorie, e il secondo volume in particolare, non piacquero né di là né di qua dal muro del Cremlino. Devo dire che le autorità, nella loro reazione, furono più oneste dell’intelligencija: si limitarono a far sapere che il possesso di quei libri era un reato punibile a termini di legge. Quanto all’intelligencija, specialmente a Mosca, si mise tutta in agitazione, perché molti dei suoi membri, illustri e meno illustri, si vedevano accusare da Nadežda Mandel’stam di virtuale complicità col regime; e la marea umana, nella cucina dell’autrice, ebbe un significativo riflusso. Ci furono lettere aperte e semiaperte, sdegnate decisioni di non stringere più certe mani, amicizie e matrimoni che naufragavano perché si discuteva se Nadežda Mandel’stam avesse ragione o torto nell’additare il tale o il tal altro come un delatore. Un dissidente di chiara fama sentenziò scrollando la barba: “Quella lì ha smerdato tutta la nostra generazione”; altri si precipitarono nella loro dacia e vi si chiusero dentro a chiave per buttar giù contromemoriali. Eravamo già all’inizio degli Anni Settanta, e circa sei dopo un solco uguale si sarebbe aperto tra quelle stesse persone a proposito dell’atteggiamento di Sol`zenicyn verso gli ebrei. Nella coscienza degli uomini di lettere c’è qualcosa che non può sopportare l’idea che qualcuno possieda un’autorità morale. Si rassegnano all’esistenza di un Primo Segretario del Partito, o di un Fuhrer, come a un male necessario, ma sarebbero prontissimi a contestare un profeta. Le cose stanno così, presumibilmente, perché se ti dicono che sei uno schiavo, pazienza, ma se ti dicono che moralmente sei uno zero la notizia è ben più devastante. Dopo tutto, non si dovrebbe prendere a calci un cane adulto; ma un profeta non lo prende a calci per dargli il colpo di grazia, bensì perché si rimetta in piedi. La protesta contro quei calci, la contestazione delle parole e delle accuse di uno scrittore non derivano da un desiderio di verità, ma dal compiaciuto torpore intellettuale della schiavitù. Tanto peggio, allora, per gli uomini di lettere quando l’autorità non è solo morale ma anche culturale come nel caso di Nadežda Mandel’stam. Vorrei spingermi un passo più avanti, a questo punto. Di per sé la realtà non vale un accidente. E’ la percezione a elevarla, a promuoverla alla dignità di significato. E c’è una gerarchia tra le percezioni (e, parallelamente, tra i significati): una gerarchia che ha al vertice le percezioni acquisite attraverso i prismi più raffinati e sensibili. Affinamento e sensibilità sono conferiti a questi prismi dall’unica possibile fonte di approvvigionamento: la cultura, la civiltà, il cui strumento principale è il linguaggio. La valutazione del reale fatta attraverso uno di questi prismi e l’acquisizione di questa capacità è uno degli scopi cui tende la specie è perciò la più esatta, forse anche la più giusta. (Se a questo punto si levano grida di “Vigliacco!” e “Elitista!”, e magari si levano, guarda un po’, proprio in certe università occidentali, sarà bene infischiarsene, perché la cultura è “elitista” per definizione, e l’applicazione dei princìpi democratici nella sfera della conoscenza porta a mettere saggezza e idiozia sullo stesso piano). Ciò che rende inattaccabili le parole che Nadežda Mandel’stam ha scritto sulla sua realtà, sul suo pezzo di realtà, è il possesso di questo prisma, procuratole dalla migliore poesia russa del ventesimo secolo, e non già la dimensione, pur eccezionale, del suo dolore. Che la sofferenza sia la matrice di un’arte superiore è un errore abominevole. La sofferenza acceca, assorda, devasta e spesso uccide. Osip Mandel`stam era un grande poeta prima della Rivoluzione. E così Anna Achmatova, così Marina Cvetaeva. Sarebbero diventati quello che diventarono anche se non ci fosse stato nessuno degli avvenimenti storici abbattutisi sulla Russia in questo secolo: perché erano dotati. In sostanza, il talento non ha bisogno della storia. Nadežda Mandel’stam sarebbe diventata quello che è diventata se non fosse stato per la Rivoluzione e tutto il resto che venne dopo? Probabilmente no, perché conobbe il futuro marito nel 1919. Ma la questione in sé è irrilevante: ci porta nel regno oscuro della legge delle probabilità e in quello altrettanto oscuro del determinismo storico. In fondo, diventò ciò che è diventata non già a causa degli avvenimenti russi del nostro secolo, bensì nonostante questi. Il dito di un casuista si alzerà sicuramente per far notare che dal punto di vista del determinismo storico “nonostante” è sinonimo di “a causa di”. Tanto peggio, allora, per il determinismo storico, se arriva a tali cavilli sulla semantica di qualche umanissimo “nonostante”. Non senza una buona ragione, peraltro. Perché una fragile donna di sessantacinque anni si rivela capace di rallentare se non di scongiurare, in una prospettiva più lunga la disintegrazione culturale di una intera nazione. Le sue memorie sono qualcosa di più che una testimonianza sui suoi tempi; sono un modo di vedere la storia alla luce della coscienza e della cultura. In quella luce la storia ha un trasalimento, e un individuo capisce di dover scegliere: o cercare la fonte di quella luce o commettere un crimine antropologico contro se stesso. Nadežda Mandel’stam non mirava a essere tanto importante, né tentava più semplicemente di prendersi una rivincita sul sistema. Per lei era una questione privata, una questione che coinvolgeva il suo temperamento, la sua identità e ciò che aveva plasmato quell’identità. Il fatto è che la sua identità era stata plasmata dalla cultura, dai migliori prodotti della cultura: le poesie di suo marito. Ciò che cercava di tenere vivo erano le poesie, non la memoria di Osip. Era vedova di quelle poesie, non di lui, e ne rimase vedova per quarantadue anni. Amava Osip, certo che lo amava, ma l’amore stesso è la più “elitista” delle passioni: assume la sua sostanza, la sua prospettiva stereoscopica soltanto nel contesto della cultura, poiché occupa più spazio nella mente che nel letto. Fuori di questo scenario si svilisce e si appiattisce in una piccola storia unidimensionale. Nadežda Mandel’stam era una vedova della cultura, e io credo che amasse suo marito più alla fine che nel giorno delle nozze. Ecco, probabilmente, perché i lettori dei suoi libri ne restano talmente affascinati e ossessionati. Per questo, e perché la condizione del mondo moderno di fronte alla civiltà può essere definita anch’essa come vedovanza. Se una cosa mancava a Nadežda Mandel’stam, era l’umiltà. Sotto questo aspetto era ben diversa dai suoi due poeti. Ma essi avevano la loro arte ed erano umili, o mostravano di esserlo, perché potevano trarre un appagamento sufficiente dalla loro opera. Lei era terribilmente ostinata, categorica, capricciosa, sgradevole, fissata; spesso si aggrappava a idee mal digerite o cresciute in lei per sentito dire. In breve, c’era in Nadežda Mandel’stam una buona dose di prepotenza, il che non sorprende se si considera il calibro delle creature con cui ebbe a misurarsi, nella realtà e poi nell’immaginazione. Alla fine la sua intolleranza spinse uno stuolo di gente a voltarle le spalle, ma a lei non dispiacque affatto, perché cominciava a essere stanca dell’adulazione, delle attestazioni di simpatia di Robert Mc.Mamara e Willy Fisher (che è il vero nome del colonnello Rudolf Abel). Chiedeva soltanto di morire nel suo letto, e in un certo senso non vedeva l’ora di andarsene, perché “lassù sarò di nuovo con Osip”. “No” ribatté Anna Achmatova nell’udire queste parole. “Non hai capito niente. Con Osip, lassù, ci starò io”. Il desiderio di Nadežda Mandel’stam si avverò, e morì nel suo letto. Cosa non da poco, per un russo della sua generazione. Senza dubbio ci saranno quelli che si faranno avanti a gridare che non aveva compreso la propria epoca, che era in ritardo rispetto al treno della storia lanciato verso il futuro. Be’, come un russo su due tra quelli della sua generazione, aveva imparato fin troppo bene che quel treno lanciato verso il futuro si ferma al campo di concentramento o alla camera a gas. Ebbe la fortuna di perderlo, quel treno, e noi abbiamo la fortuna di aver trovato in lei qualcuno che ci informasse dell’itinerario. Io la vidi l’ultima volta il 30 maggio 1972, in quella sua cucina, a Mosca. Il pomeriggio stava per finire, e lei sedeva, fumando, nell’angolo, nell’ombra profonda proiettata sul muro dalla grande dispensa. L’ombra era così profonda che le sole cose che si potessero distinguere erano la tenue scintilla della sigaretta e quei due occhi penetranti. Il resto lo sparuto corpo rattrappito sotto lo scialle, le mani, l’ovale della faccia cinerea, i capelli grigi, anch’essi cinerei tutto il resto era inghiottito dal buio. Nadežda Mandel’stam sembrava un avanzo di un grande incendio, sembrava una minuscola brace che brucia se la tocchi.

1981.

Per continuare a fare questo lavoro abbiamo bisogno del vostro sostegno, anche piccolo.


image_pdfimage_print
No comments

LEAVE A COMMENT

Social media & sharing icons powered by UltimatelySocial