Anna Kuliscioff nacque a Simferopoli, nell’attuale Crimea annessa dalla Russia nel 2014 e ucraina dal 1954, giusto un secolo prima nel 1954. Era di famigli ebraica (Anna Rozeštein all’anagrafe) ma non mostrò mai segni di nazionalismo né ucraino, né ebraico e tantomeno grande russo. Si radicalizzò in chiave anarchica a 16-17 e da allora fu cosmopolita e internazionalista. Forse se assunse un senso di cittadinanza fu quella italiana in cui giunse poco più di ventenne e in cui restò per il resto della sua vita (quasi mezzo secolo).
Tuttavia mostrò una grande simpatia per la causa ucraina (come per quella di tutte le minoranze dell’impero russo).
Ecco un brano dal libro che ho appena pubblicato e che vi invito ad acquistare (al termine dell’articolo trovate il link per l’acquisto) se volete approfondire il tema.
Un ulteriore elemento del nichilismo russo che Kuliscioff sottolineava nel suo saggio (e che resta per certi versi un elemento poco esplorato dalla storiografia contemporanea) era il peso della questione nazionale ucraina (e più in generale della questione dell’autodeterminazione nazionale) che attraversava quel movimento.
In queste decine migliaia di vittime – sottolineava Anna – non furono solo gli elementi protestanti proprio russi ma ci entrarono pure quelli della Polonia e della Ucraina. Negli anni ’40 si nota come in Polonia come pure nell’Ucraina un movimento per l’indipendenza nazionale e la sorte degl’insorti polacchi e dei pro- testanti d’Ucraina fu la medesima come di tutti quelli che aspiravano di liberarsi dal giogo dello Zar – soldato [una parola illeggibile] ferreo – Nikolaj I. I movimenti fra queste due nazionalità che avevano i medesimi motivi di sollevarsi avevano però un carattere ben diverso: mentre quello della Polonia fu propria- mente aristocratico e non aveva per scopo che la libertà politica e l’indipendenza nazionale senza alcuna tinta popolare ed i rivoluzionari attivi ed intelligenti non si curavano né punto né poco del popolo, nella Piccola Russia invece gli fu schiettamente democratico, dove, fuori della libertà nazionale, aspiravano di rinnovare l’antica comunità dei cosacchi, l’indipendenza individuale e la repubblica democratica. Il carattere del movimento della Piccola Russia fra la parte intelligente degli scrittori e della gioventù era perciò per le idee e le aspirazioni assai più vicino al movimento in Russia e perciò l’accennerò pure in poche parole. Quello che fermentava nell’Ucraina confusamente negli anni ’30 e ’40 ha trovato la sua formulazione nella profonda e commovente poesia d’un poeta propriamente popolare come Ševčenko, specie di una poesia che non s’incontra quasi nell’Occidente. Storici, letterati, la gioventù, nel centro intellettuale che fu Kiev, capitale dell’Ucraina, tutti lavoravano per elaborare l’istoria del paese proprio e soprattutto nelle poesie di Ščevčenko si leggeva la dolente nota dove si rimpiangeva la sorte del popolo d’Ucraina, la sua schiavitù politica e sociale e si proclamava la lotta per acquistare i propri diritti.
Kuliscioff però, pur sostenendo pienamente le rivendicazioni autonomiste e/o nazionaliste non si sentì mai ucraina e si unì sin da subito al movimento socialista su profonde basi internazionaliste. Da questo punto di vista, va compreso che l’utilizzo in questo e in altri suoi scritti di termini come «Piccola Russia» o «Russia del Sud» con cui al tempo si era usi identificare l’Ucraina non avevano un carattere dispregiativo, né tanto meno razzistico o colonialistico.