Il significato storico e politico della vita di Andrey Sakharov (a 100 anni dalla nascita)






Il 21 maggio 1921, giusto cento anni fa, a Mosca nasceva Andrey Sakharov. Fisico dal 1947 poi membro dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, scrisse importanti ricerche nel campo dell’astrofisica e della fusione nucleare controllata e fu insignito tre volte del titolo di “Eroe del Lavoro Socialista”. Ma la sua importanza come fisico di levatura mondiale fu meno della metà di quella che svolse come combattente per i diritti umani, contro la guerra e nella denuncia dello stalinismo.

La sua battaglia pubblica per una “glasnost” anteliettram iniziò nel 1964 quando protestò all’Accademia delle Scienze, dove era entrato nel 1953 come membro più giovane, contro l’elezione del biologo Nikolaj Nuzdin, seguace delle teorie di Trofim Lysenko. Nel 1966, quando iniziò il famoso processo contro i dissidenti Sinjavskij e Daniėl, Sacharov a rischio della fama e dei privilegi concessi dalla burocrazia brezneviana a un accademico della sua levatura sottoscrisse una lettera collettiva in vista del XXIII Congresso del Partito Comunista contro la possibilità di una criptica riabilitazione di Stalin.

L’anno successivo poi partecipò in prima persona alla difesa di Aleksandr “Alik” Il’ič Ginzburg (nipote di Evgenija Ginzburg, autrice delle memorie del Gulag Viaggio nella vertigine, uno dei più importanti documenti biografici sui lager sovietici assieme a quelli di Shalamov, Corneli e Ciliga). In quella fase iniziò ance il suo impegno ecologista frutto della sua sensibilità ad ogni aspetto della vita sociale del suo Paese che lo spinse a telefonare personalmente a Leoníd Bréznev per chiedere di intervenire sulla drammatica situazione ambientale sul lago Bajkal, in Siberia, ma senza risultato. Ma fu nel fatidico 1968 che egli si schierò apertamente dalla parte del dissenso: scrisse l’opuscolo (fatto circolare clandestinamente in Urss e pubblicato all’estero dal “New York Times”, Progresso, coesistenza e libertà intellettuale, dove auspicava l’avvicinamento delle due massime potenze; manifestava la preoccupazione per le questioni globali della fame e dell’inquinamento; si opponeva alle tentazioni neostaliniste in Unione Sovietica). Nell’pamphlet si dichiarava inoltre favorevole al movimento di Dubcek dellaPrimavera di Praga” e sollevava la questione dei detenuti politici in Urss.

Nel 1975 gli venne assegnato il Premio Nobel per la Pace.

All’inizio del 1980 denunciò l’intervento imperaile sovietico in Afghanistan e venne confinato nella cittadina di Gorky, dove rimarrà isolato per sei anni. Liberato nel dicembre 1986 con una storica decisione di Mikhail Gorbaciov, venne poi eletto nel 1989 al Congresso dei deputati del popolo, divenendo uno dei capi dell’opposizione democratica.

I funerali di Sacharov nel 1989: una manifestazione di massa contro i rigurgiti dello stalinismo

In quel periodo si impegnò per far nascere “Memorial”, la straordinaria istituzione ancora operate oggi a Mosca e con filiali in tutto il paese volta a far conoscere la tragedia dello stalinismo. Morì, il 14 dicembre 1989, e i suoi funerali divennero l’occasione di una gigantesca manifestazione di massa contro i rigurgiti della dittautura che avrebbero trovato espressione nel tentativo di golpe dell’agosto del 1991. (Di seguito pubblichiamo il paragrafo dedicato alla sua figura del mio Yurii Colombo Urss, un’ambigua utopia Massari, 2021 disponibile in libreria da ottobre)

Biografia parziale in italiano:

Andrej Sacharov, Progresso, coesistenza e libertà intellettuale, trad. di Carlo Bianchi, Etas Kompass, Milano 1968;

Andrej Sacharov, Parla Sacharov, trad. di Maria Agrati e Pietro Zveteremich, Mondadori, Milano 1974;

Andrej Sacharov, Il mio paese e il mondo, intr. di Giorgio Bocca, trad. di Maria Olsufieva, Bompiani, Milano 1975;

Andrej Sacharov, Un anno di lotta di Andrej Sacharov, a c. di Efrem Yankelevic, trad. di Maria Olsufieva, Bompiani, Milano 1977;

Andrej Sacharov, Memorie trad. di Elana Gori Corti, Sugarco, Milano 1990.

Il simbolo per eccellenza di questo mondo e di questa epoca fu l’ ex-dissidente Andrej Sakharov. Uomo di grande statura morale, fisico di levatura mondiale, dopo il confino di Gorkij per le sue posizioni pacifiste e umaniste, si impegnò nell’Urss della perestrojka in primo luogo per la verità sulle repressioni (fondando l’Associazione “Memorial” assieme a Lev Ponomarev) e venne eletto come indipendente al Congresso. Il suo programma politico in linea di massima non differiva da quello del segretario del Pcus se non per i tempi di attuazione: l’instaurazione in Urss di un sistema capitalista a impronta socialdemocratica, e anelava alla “strategia della convergenza ra sistema socialista e capitalista” e ovviamente alla “Casa comune europea”. La Costituzione da lui proposta prima di morire alla fine del 1989 aveva alcuni elementi progressivi come la costituzione di un “sistema di forze dell’ordine, indipendente dal governo centrale” o l’idea di un sistema elettorale proporzionale puro. Sakharov inoltre ragionevolmente prevedeva nel suo progetto di Carta, anche il mantenimento dell’Unione Sovietica (paesi baltici compresi) sulla base del diritto di secessione via referendum (solo formalmente esistente anche in epoca leninista) e il mantenimento della lingua russa come perno delle relazioni inter-repubblicane. Tuttavia la sua costituzione prevedeva, allo stesso modo, l’instaurazione di un sistema in definitiva capitalista laddove introduceva non solo la libertà di proprietà azionaria (e la sua ereditarietà) ma anche la libertà illimitata di acquistare forza-lavoro seppur mitigata dal richiamo che “nessuno dovrebbe vivere in povertà” e alla universalità dei diritti sociali. Egli, in fondo, era prigioniero dell’illusione ancora molto diffusa in Russia odierna, che non possano esistere libertà politiche e diritti inalienabili senza la libertà economica, in particolare capitalistica. Si trattava di una convinzione diffusa a livello di massa in Urss che finiva per mettere d’accordo seppur con sfumature e accenti diversi dai liberali fino anche ai più “aperti” tra i nostalgici tardostalinani, cioè i sostenitori di una “via autoritaria” alla riforma e alla modernizzazione del sistema.

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