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Poteva la cibernetica salvare l’Urss?

di Yurii Colomnbo

Relazione tenuta al convegno di Mosca del 21-22 agosto 2021 sui motivi del crollo dell’Urss

L’economia sovietica già nella seconda metà degli anni ’50 aveva iniziato a mostrare segni di difficoltà. Il modello di crescita del Pil era estensivo ed esigeva crescenti quantità di investimenti e di forza-lavoro e perciò alla lunga si dimostrò sempre meno remunerativo. Per crescere l’Unione Sovietica doveva impiegare una quantità molto maggiore di fattori produttivi (lavoro, materie prime, investimenti) che in Occidente. In Urss, negli anni ’60, il 65% della crescita produttiva era determinato dall’accrescimento dall’input, il doppio di quello degli Usa. Essendoci un’offerta di forza-lavoro limitata malgrado i buoni risultati demografici, i costi per estrarre le materie prime inevitabilmente iniziarono a crescere. Tra il 1950 e il 1960, per esempio, l’Urss investì nell’economia complessivamente intesa un +9,4% di capitale fisso e variabile all’anno, ricavandone soltanto un +5,8% in termini di produzione. In tal modo il carattere estensivo dell’economia sovietica faceva sì che la quantità richiesta di lavoro per produrre un qualsiasi bene di consumo fosse nettamente più alta che in Occidente. Secondo i dati elaborati da Korgai sulla base delle stime dell’Onu per produrre un chilo di carne di maiale in Urss nel 1990 c’era bisogno di 2,7 unità produttive più che in Germania Ovest, per un chilogrammo di burro 4, per un litro di vino 13,4, per una televisione a colori, 4,6.

Allo stesso tempo la diversificazione della produzione esigeva di definire più correttamente, in mancanza degli aggiustamenti semi-automatici prodotti dal mercato, le metodologie della pianificazione. Si trattava di problematiche che la burocrazia – non così ottusa come la si volle poi dipingere – aveva ben presente e che pensò di poter risolvere seguendo due diverse strade per certi versi alternative tra loro: quella cibernetica o «integralmente comunista» o quella tecnocratica «semi-capitalista» basata sulle idee dell’economista Esvej Liberman.

La prospettiva cibernetica aveva le sue origini nell’opera del matematico Leonid Kantorovič (Premio Nobel per l’economia nel 1975 per «i contributi alla teoria dell’allocazione ottimale delle risorse») che aveva elaborato già a partire dagli anni ’30 l’idea dello sviluppo della programmazione lineare. La sua impostazione, osteggiata durante il periodo staliniano perché «negatrice della teoria del valore-lavoro», prevedeva di rendere più efficiente il flusso economico sovietico con la creazione di un sistema di «prezzi-ombra» che mimassero le funzioni regolatrici del mercato nella società capitalistica. La sua ipotesi di lavoro pur non negando formalmente la possibilità di introdurre dei miglioramenti produttivistici al sistema, si orientava sul perfezionamento dell’organizzazione della pianificazione e della produzione. Per far ciò era necessario avere un quadro realistico e sempre aggiornato della situazione non solo di ogni singolo settore economico o di ogni azienda, ma anche di ogni singolo reparto di stabilimento. Questo tipo di prospettiva finì per intrecciarsi con della ricerca cibernetica sovietica che a partire dalla metà degli anni ’50 era stata sviluppata da Anatolij Kitov e da Victor Gluškov. Gluškov, in particolare, un geniale matematico di Kiev, sognava di poter organizzare la pianificazione dell’economia dell’Urss attorno a un grande «supercomputer» che fosse in grado di razionalizzare tutte le variabili economiche. Gluškov fu l’ideologo principale dello sviluppo e della creazione del sistema nazionale di contabilità ed elaborazione automatizzata delle informazioni (OGAS), destinato alla gestione computerizzata dell’intera economia dell’Urs nel suo complesso. A tal fine, aveva sviluppato un sistema di algebrico algoritmico e una teoria per la gestione di database. «Lo zar della cibernetica sovietica, l’accademico V.M. Gluškov propone di sostituire i leader del Cremlino con i computer» scrisse il dissidente Victor Zorza sul Washington Post negli anni ’60, un’affermazione che suonava ironica ma era anche una sorprendente allusione a un progetto di comunismo anonimo e visionario come quello accarezzato nello stesso periodo da Amadeo Bordiga nei suoi articoli su Il Programma Comunista. Nel suo progetto Gluškov prevedeva persino l’eliminazione del danaro e la libera distribuzione dei beni, entro quattro piani quinquennali.

Il sogno cybercomunista di Gluškov è divenuto, a partire dagli anni ’90, una variante della nostalgia e della rivalutazione della stagione sovietica che circola tra i russi di oggi: il cybersovietismo sarebbe stata l’ultimo treno che avrebbe potuto evitare il crollo dell’Urss, permesso di sviluppare una rete tutta sovietica sul genere di internet prima degli americani e perfino, sarebbe stato in grado di realizzare il comunismo. In realtà in Urss mancavano alcuni presupposti e tasselli fondamentali per raggiungere tali obiettivi. Al «socialismo» di Lenin e poi di Stalin infatti non era mancato «l’elettrificazione» cioè la tecnica, quanto i soviet, l’intreccio della crescita economica con una democrazia diretta dei lavoratori e ciò era stato dovuto a un motivo di fondo. In Urss, e in tutto il mondo, non esistevano a quell’epoca i presupposti, non esisteva la maturità sociale per una democrazia radicale dispiegata, per la partecipazione attiva e cosciente all’organizzazione economico-sociale dei cittadini. Non a caso la burocrazia dominante, pur cogliendo le potenzialità delle idee «cybercomuniste», se ne ritrasse impaurita. Detto ciò non può lasciare indifferenti il fatto che Gluškov e il gruppo di ricercatori che lo coadiuvavano fossero degli esploratori del domani in grado di accarezzare l’affascinante sogno del comunismo dispiegato sulle ali della tecnologia e del lavoro vivo creativo e non subordinato22.

L’idea della pianificazione economica è stata nei decenni del liberismo sbeffeggiata e messa alla berlina come una reliquia del «passato di un’illusione» come ha definito François Furet il comunismo, ma resta evidente che pur non essendo la panacea di ogni male, essa giocherà un ruolo non marginale nella definizione di una società egualitaria e prospera anche nel futuro. Oggi di fronte alla crescita del villaggio digitale globale, nei movimenti sociali che costantemente emergono, inequivocabilmente l’alternativa comunista si dispiega e si immagina, con buona pace di Stalin e anche delle vie nazionali, immediatamente su scala mondiale e al più alto livello dello sviluppo tecnologico: Gluškov e Trotskij da lassù sorridono soddisfatti.