Tornare a parlare – di tanto in tanto – dell’ordinaria repressione in Russia sconta dei limiti. Vuol dire parlare di un caso e non di un altro, spesso solo dei personaggi più importanti. Ma è doveroso non solo per tenere alta l’attenzione su chi rischia o vive galera o esilio ma anche per mostrare che coloro nel Belpaese parlano di “dialettica democratica in Russia”, dell’“ordine sociale in Russia” e altre mene siano considerati per quello che sono: dei guitti di un regime che da tempo ha preso la strada della sua trasformazione da dittatura in neototalitarismo. Così ieri 25 settembre, pochi giorni dopo le elezioni alla Duma di Stato, il tribunale Perovskij di Mosca ha arrestato il politologo Aleksandr Kinev con l’accusa di traffico di stupefacenti. Kinev, che aveva criticato il Cremlino per i brogli e le pressioni amministrative durante le votazioni, era il più noto esperto di politica regionale russa. Kinev è nato nella Repubblica di Komi nel 1975 e già all’età di 15 anni iniziò iniziato a partecipare al «movimento democratico» a Ukhta, dopo aver lasciato il Komsomol, l’organizzazione dei giovani comunisti. Dal 1996 il politologo, dapprima studente e poi dottorando presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Statale di Mosca, iniziò a collaborare con il partito “Yabloko”. Interagiva con le sue sezioni regionali e partecipava alla verifica del loro operato. Nel 1999, in occasione delle elezioni alla Duma di Stato, il ventiquattrenne Kiniev era già il principale esperto per i rapporti con le regioni presso la sede centrale di “Yabloko”. Allora il partito superò la soglia del cinque per cento ed entrò in parlamento tramite le liste di partito.
Nel 2001 Kinev annunciò le sue dimissioni da “Yabloko” a causa di una scissione interna al partito. In seguito ha continuato a partecipare a vari progetti elettorali e di ricerca.
Ad esempio, nel movimento di osservatori indipendenti “Golos” ha diretto il dipartimento analitico, mentre presso il Centro Carnegie di Mosca.
Un collaboratore di un’importante testata federale, che negli anni ’90 si occupava di politica federale e regionale, in un’intervista a “Medusa” definisce Kiniev “il miglior regionalista di tutta la storia post-sovietica” e “una persona che sapeva praticamente tutto del sistema politico delle regioni”.
Negli stessi anni 2000, Kinev insegnò scienze politiche alla Scuola Superiore di Economia). Non si tratta quindi di un pericoloso estremista: tanto per intenderci ha valutato “tatticamente” positivamente persino una creatura del Cremlino come il partito “Nuove Persone”, sperando che fosse un canale nei limiti dell’attuale sistema per tenere aperta una critica al putinismo.
Dopo l’inizio della guerra, Kinev è rimasto in Russia, e lo ha fatto per una questione di principio e per «mantenere il contatto con l’oggetto della sua ricerca – ovvero la politica regionale russa2. “Per Sasha era molto importante, non si vedeva come una voce fuori campo dall’estero”, precisa l’interlocutore. Come nel caso dell’amico e compagno Boris Kagarlitsky che da più di 3 anni è rinchiuso nelle carceri russe.
Il politologo ha regolarmente criticato i rappresentanti dell’emigrazione politica russa, ritenendoli distaccati dall’agenda russa, così come i media in esilio, che definiva “demoschizoidi”, ad esempio per le pubblicazioni su una possibile nuova ondata di mobilitazione dopo le elezioni della Duma nel settembre 2026.
Kiniev non ha lasciato la Russia nemmeno dopo che il Ministero della Giustizia lo ha inserito nel registro degli “agenti stranieri” nel febbraio di quest’anno.
Nel pomeriggio ieri è stata infine resa nota la notizia dell’arresto di Kinev. Gli viene contestato il reato di produzione, spaccio o traffico di stupefacenti su larga scala. Tale reato prevede una pena detentiva da 10 a 20 anni. Un’accusa che se non arrivasse dalla Russia apparirebbe incredibile a chiunque. Egli non è ora in galera perché spacciatore ma perché si è rifiutato di abbandonare il Paese. La chiamano “l’ultima campanella del FSB” che per lui deve essere suonata durante la “campagna elettorale”.
Non abbiamo nessuna fiducia nella giustizia russa. E ci dispiace fino alle lacrime vedere Mosca assomigliare sempre di più a quella dello stalinismo: cupa, silenziosa, atterrita, complice.