A Kiev Putin non brucia solo le cattedrali

Nella foto fotogramma “Zemlija” (Terra), 1930.

Nella notte tra il 14 e il 15 giugno la Russia ha attaccato Kiev. Quasi tutti i quartieri della città sono stati colpiti dai bombardamenti e il tetto della Cattedrale dell’Assunzione della Lavra di Kiev-Pechersk (uno dei templi ortodossi più importanti al mondo e sito patrimonio mondiale dell’UNESCO) ha preso fuoco. La notizia naturalmente ha farro il giro del mondo.

 Cià che la stampa internazionale non ha riprese , è l’incendio scoppiato nell’edificio della National Film Studio named after Dovzhenko; la più antica collezione di costumi dell’Ucraina è andata distrutta. Il produttore cinematografico Alexander Rodnyansky ha voluto scrivere un articolo sull’importanza dello studio nella storia del cinema ucraino e sovietico (l’originale è didposnibile su Medusa versione russa). Per lui questo attacco è in gran parte un evento personale: Rodnyansky è nato a Kiev e ha studiato regia all’Università di Teatro, Cinema e Televisione di Kiev intitolata a I.K. Karpenko-Kary, i cui locali si trovavano all’interno della Lavra di Kiev-Pechersk.

 

Nella notte del 15 giugno, missili e droni russi hanno colpito ancora una volta Kiev.

L’attacco ha colpito la famosa Lavra di Kiev-Pechersk, dove ha preso fuoco il tetto della cattedrale principale, quella dell’Assunzione.

Il luogo dove ho studiato per cinque anni si trovava a soli cento metri dalla cattedrale. Il fatto è che la facoltà di cinema dell’Istituto Teatrale di Kiev, dal 1961 al 1997, aveva sede in uno degli edifici di servizio della Lavra, dove prima della rivoluzione vivevano i monaci e i novizi. Le lezioni si tenevano nelle ex celle, mentre il set cinematografico e la sala di proiezione erano stati allestiti negli ex locali tecnici. Le finestre della segreteria si affacciavano sulla piazza, al centro della quale si trovavano le rovine della Cattedrale dell’Assunzione, minata e fatta saltare in aria dall’NKVD nel 1941 durante la ritirata dell’esercito sovietico da Kiev. Molto più tardi, nel 2000, è stata restaurata. Per essere poi incendiata dalle truppe russe.

I missili hanno colpito anche il più grande studio cinematografico dell’Ucraina, intitolato ad Alexander Dovzhenko.

Questo studio non è solo un enorme set di produzione, ma uno dei simboli culturali più importanti della cultura ucraina del XX secolo. Per Kiev e l’Ucraina, la sua importanza è paragonabile, ad esempio, al ruolo della leggendaria Cinecittà per Roma.

Fondato nel 1928, lo studio di Kiev è stato il luogo di nascita della maggior parte dei classici del cinema ucraino del periodo sovietico. Il grande «Zemlya» (1930) di Dovzhenko, «Raduga» (1943) e «Nepokorennye» (1945) di Mark Donskoy, «Bogdan Khmelnitsky» (1941) di Igor Savchenko, «Maksimka» (1953) e «Il marinaio Chizhik» (1955) di Vladimir Braun resero lo studio famoso negli anni ’30-’50.

Un decennio più tardi, negli anni ’60-’70, lo studio divenne il centro di uno dei fenomeni più brillanti e originali del cinema europeo dell’epoca, un fenomeno che viene definito «cinema poetico ucraino».

I suoi creatori cercavano di allontanarsi dal consueto realismo sovietico, dove la trama, i personaggi e il conflitto sociale erano al centro. Al loro posto, ponevano l’accento su immagini e metafore, sul folklore e la mitologia nazionali, sui riti popolari, sulla memoria e sulla storia. Per questo i loro film erano più vicini non tanto alla forma romanzesca della letteratura, quanto a quella poetica. Ricordavano un poema o un sogno.

I film più famosi di quel periodo furono «Ombre degli antenati dimenticati» (1964) di Sergei Parajanov, «La sera prima di Ivan Kupala» (1968) di Yuri Ilyenko, «La croce di pietra» (1968) di Leonid Osyka, «La lettera perduta» (1972) di Boris Ivchenko.

I funzionari sovietici della cultura non vedevano di buon occhio il cinema poetico ucraino. Esso si rivelò incompatibile con la politica culturale dello Stato. Troppo «nazionale», troppo ucraino, troppo incomprensibile per il grande pubblico.

I film di questo genere venivano snaturati dai censori, non venivano distribuiti nelle sale per decenni e venivano accantonati, mentre i loro registi subivano divieti e restrizioni. «La lettera perduta», ad esempio, è rimasta a lungo accantonata. Ricordo che all’università, osservando le precauzioni possibili, ci mostravano di nascosto questo film.

Fu significativo anche il fatto che i creatori del cinema poetico fossero legati all’ambiente culturale ucraino degli anni Sessanta. Dopo gli eventi del 1965–1972, quando iniziarono gli arresti dell’intellighenzia ucraina, le autorità cominciarono a guardare a molti progetti culturali attraverso la lente della lealtà politica. E sebbene i film del «cinema poetico» fossero raramente politici in senso stretto, venivano associati alla crescita della coscienza culturale ucraina. Così si concluse il periodo del «cinema poetico ucraino», che molti critici europei mettono sullo stesso piano del neorealismo italiano e della «nouvelle vague» francese.

Presso gli studi Dovzhenko venivano girati non solo film nazionali ucraini, ma anche i più grandi successi del cinema sovietico. Basti citare i film di Leonid Bykov “In battaglia vanno solo i ‘vecchi’” (1973) e “Aty-baty, camminavano i soldati…” (1977), il film di Viktor Ivanov «Alla ricerca di due lepri» (1961), estremamente amato dal pubblico, o il campione d’incassi «La regina della stazione di servizio» (1962) di Aleksej Mishurin e Nikolaj Litus.

Lo Studio Dovzhenko è da tempo parte del patrimonio nazionale, paragonabile per gli ucraini, in termini di importanza, alla Lavra di Kiev-Pechersk o alla Cattedrale di Santa Sofia, ma non si tratta di un patrimonio religioso o architettonico, bensì culturale. Ed è proprio questo studio ad essere stato colpito dai missili russi.

Questo attacco ha completamente distrutto il reparto costumi e la più grande e antica collezione di costumi ucraini. Ha sfondato le finestre degli edifici amministrativi, danneggiando uno dei più grandi studi cinematografici d’Europa.

Per me, personalmente, l’attacco ha colpito proprio quello studio dove mio padre, a 39 anni, è morto improvvisamente di infarto nel suo ufficio. Dove lavorava mia madre. E dove si trovava anche uno dei miei uffici.

Ecco come sono andate a finire la “denazificazione” e la “demilitarizzazione”.

 


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