Gli artigli russi sull’Armenia

La macchina organizzativa del Cremlino ha acceso i motori e punta a far tornare l’Armenia sotto il proprio controllo, dopo che il premier Nikol Pashinyan aveva annunciato di voler entrare nell’Unione Europea. Alla vigilia delle elezioni parlamentari in Armenia, che si terranno il prossimo 7 giugno, la Russia ha messo in chiaro che per non perdere il controllo del piccolo Paese caucasico è disposta a tutto. Non soltanto a usare i già sperimentati mezzi di propaganda sulla Rete e sui social, ma anche a mettere mano a strumenti di pressione più diretti e dolorosi dal punto di vista economico. Mosca, che già da tempo ha ridotto gli scambi commerciali con Erevan, ora è passata alle sanzioni.

Negli ultimi giorni il Ministero delle Esportazioni ha deciso di vietare l’importazione di fiori e di sospendere l’importazione e la commercializzazione dell’acqua minerale “Jermuk”, così come quelle dei prodotti alcolici armeni (in primo luogo i raffinati cognac ma anche i vini rossi che hanno sempre trovato spazio nelle tavole dei russi). La decisione è stata annunciata dopo la riunione del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa che ha discusso delle relazioni con l’Armenia. «In seguito alle mosse ostili della sua leadership, nelle prossime settimane cesseremo ogni importazione di merci provenienti dall’Armenia» è stato dichiarato da Mosca. Così già dai prossimi giorni neppure i prodotti ortofrutticoli armeni potranno essere venduti nei supermercati russi.

Mosca ha avvertito poi che un avvicinamento all’Ue comporterà per il Paese perdite ancora maggiori, compresa la cessazione del rifornimento di gas. Si tratta di un colpo duro per una nazione povera di pochi milioni di abitanti, con un Pil pro capite di meno di 4mila euro l’anno. Un tentativo neppure tanto obliquo di strangolamento della sua economia, tenendo conto che l’interscambio economico bilaterale (seppure in costante riduzione a partire dal 2017) rappresenta il 35% complessivo per l’Armenia. Alla vigilia del voto per le elezioni parlamentari, Mosca ha duramente avvertito Erevan dell’impossibilità di continuare la sua «politica ostile» e allo stesso tempo di godere dei vantaggi della cooperazione commerciale ed economica con la Russia anche nel settore energetico (fino a oggi Erevan si era rifornita di petrolio e di gas provenienti principalmente dal potente vicino).

A tutto ciò si aggiunge la narrativa sul rischio che l’Armenia si trasformi in una nazione «schiacciata dall’invasione transgender». In questo quadro gli uomini di Putin usano lo strumento dell’influenza religiosa. Garegin II, il capo supremo della Chiesa apostolica armena, ha stretti legami con l’élite moscovita. Attraverso il fratello, che risiede nella capitale russa, nell’ultimo anno è riuscito a ottenere importanti trasferimenti di denaro. Un terzo di queste entrate giungono in Armenia illegalmente e vanno a riempire le casse di supposti movimenti caritatevoli, fondazioni e altri enti filorussi che li usano per condizionare il potere politico. Insomma, la Russia utilizza ogni mezzo pur di non dover subire un ulteriore indebolimento geopolitico.

La Commissione europea ha reagito nelle ultime ore a questa aggressione, promettendo di aiutare l’economia armena già dalle prossime settimane ma soprattutto di voler garantire agli armeni, nel giro di due anni, l’accesso in Europa senza visto. Una misura che fa gola a tanti di loro che vorrebbero ricongiungersi con i parenti (soprattutto in Francia) della diaspora.


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