Natalia Kaspersky e suo marito Igor Ashmakov (proprietari della Kaspersky Lab, l’azienda russa più nota nel campo della sicurezza sul web) hanno criticato duramente gli uomini del Secondo Servizio, che si occupa per il Cremlino della gestione della politica della Rete. In alcune dichiarazioni fatte a una giornalista di “The Bell”, la Kaspersky ha affermato: «Sì, sì, li ho incontrati di recente questi dirigenti e posso dire che non capiscono proprio nulla di Rete, di Internet, di tecnologia…». Secondo lei la politica di censura e controllo del web starebbe fallendo perché Putin e gli uomini che gli stanno intorno non capiscono nulla di digitale e di social, sono irrimediabilmente anziani e conservatori su tutto ciò che riguarda le nuove tecnologie.
Tanto per intenderci, la Kaspersky non aveva mai mostrato di voler fare la fronda al potere moscovita, aveva sempre ricevuto laute commesse dal governo e non era neppure in linea di principio contraria a qualche forma di controllo dell’utenza: è stata l’iperpoliticizzazione di questa gestione a creare malumore. “The Bell” sostiene che «prima che il Secondo Servizio s’interessasse della Rete, il settore It era sotto la giurisdizione dei ‘tecnici’: si trattava del Centro per la sicurezza informatica (Cib) e del Servizio scientifico-tecnico (Nts) dell’Fsb. Nel settore erano considerati specialisti “tecnicamente competenti”.
Il Secondo Servizio non si era invece mai occupato in precedenza della Rete ma i suoi funzionari hanno sempre avuto ampi poteri in altri ambiti: ad esempio supervisionavano la cultura, le organizzazioni ecclesiastiche e si occupavano della lotta all’opposizione (proprio questa divisione dell’Fsb è stata accusata dei tentativi di avvelenamento di Alexey Navalny e Vladimir Kara-Murza)». Del resto il capo del Secondo Servizio, il colonnello generale Alexey Sedov, già negli anni Ottanta lavorava nel Kgb di Leningrado insieme a Vladimir Putin. Diverse fonti hanno riferito che la scorsa estate era stato proprio lui a proporre al presidente di ‘mettere ordine’ nella Rete ricevendo, sembra, ‘carta bianca’. In seguito in Russia, con il pretesto della lotta al terrorismo, si è iniziato a vietare rapidamente le app di messaggistica straniere (tra cui WhatsApp e Telegram) e a combattere i servizi Vpn che consentono di aggirare i blocchi.
Quest’ultimo aspetto è diventato la principale causa di malcontento nella comunità It e anche da parte dei Kaspersky. Ad aprile la Kaspersky aveva improvvisamente aperto il fuoco contro Roskomnadzor, l’agenzia della comunicazione del Cremlino. La manager aveva affermato che «nella foga della lotta contro l’aggiramento dei blocchi, si è messa fuori uso la metà dei servizi». Anche il marito ora scrive nel suo blog che nei cittadini del Paese «sorge sfiducia e odio verso il potere, che limita i cittadini a proprio piacimento senza chiedere nulla» e ha descritto le persone al potere come gente che «non ha mai sviluppato nulla, ma ha solo imparato a sottrarre e dividere».
Il secondo problema è che la maggior parte degli strumenti di sviluppo è ora accessibile dalla Russia solo tramite Vpn. Kaspersky sostiene che i tentativi di bloccare le Vpn ostacolano il lavoro degli sviluppatori di software, costringendo le aziende It a rivolgersi all’estero tramite un insieme fisso di servizi “white list”, contribuendo così all’attuazione delle sanzioni straniere. Ecco in sostanza cosa non capiscono i poteri autoritari: le opposizioni e il malcontento nascono sempre dentro una società. Come volevasi dimostrare, agitare cappi, proibire e indicare capri espiatori negli stranieri è un esercizio inutile.
“La Ragione”, 23 maggio 2026