Le incerte prospettive della guerra si riversano sulle stesse possibilità di stabilizzare la situazione del deficit della spesa corrente e più in generale dell’economia russa. È quanto emerge dalla lunga intervista concessa a “Kommersant” dal ministro delle Finanze russo Anton Siluanov. A suo parere «tutti capiscono che l’incertezza nel mondo sta aumentando, soprattutto alla luce del conflitto in Medio Oriente. Questo ci impone di reagire in modo rapido e flessibile alle possibili sfide durante l’esecuzione del bilancio. Mi riferisco alla realizzazione dei programmi sociali, alla capacità di difesa e alla sicurezza del Paese, alle priorità tecnologiche nonché agli impegni che dipendono dall’inflazione e dai tassi di interesse». Navigare a vista è perciò la parola d’ordine del Cremlino, ma lasciando intatti i finanziamenti per la guerra almeno fino alla fine dell’anno, «concentrando ulteriormente le risorse su settori prioritari importanti». A marzo il governo aveva dato a intendere di voler ridurre la spesa pubblica del 10%, ma ora questa ipotesi viene evidentemente accantonata.
I dati snocciolati dal ministro parlano di una crescita accelerata della spesa del bilancio federale, aumentata dal 2019 di quasi 3,5 punti percentuali del Pil: dal 16,6 al 20% se si prende in esame soltanto il 2025. Tutto ciò, ammette Siluanov, ha imposto di utilizzare le riserve accumulate nei periodi precedenti. Si tratta sia del Fondo nazionale di benessere sia delle entrate correnti da rendite (aumento del prezzo base del petrolio) sia delle obbligazioni. Tuttavia le riserve non sono infinite: «Non si possono permettere cali di tensione nelle finanze in un contesto di trasformazioni così profonde nel mondo. Nessuno ci farà sconti». Così, mentre si prova a non risparmiare in missili e droni nel Donbas, a Mosca il governo è chiamato a far quadrare i conti. Cercando di gestire anche le entrate provenienti dalle materie prime energetiche che restano legate a un’altissima volatilità del mercato (con un prezzo del greggio “Urals” che nell’ultimo periodo è stato sia sotto i 40 dollari che sopra i 100 dollari al barile).
La situazione è resa ancora più complicata dal fatto che essendo le importazioni spesso attuate in segreto (per evitare la morsa delle sanzioni), finiscono nel calderone dell’evasione fiscale. Siluanov afferma addirittura che «i flussi di merci importate, soprattutto da Paesi terzi, arrivano nei negozi senza pagare l’Iva e i dazi. E questo porta a perdite di centinaia di miliardi di rubli». Chi non può evadere, come i lavoratori dipendenti, s’indebita a fronte di una morsa inflazionistica che non si placa. Secondo i dati diffusi da Rosstat, l’agenzia ufficiale di statistica della Federazione Russa, alla fine di aprile il debito complessivo dei salariati in Russia ammontava a 2,9 miliardi di rubli, con un aumento di 750 milioni di rubli (+35,2%) rispetto a marzo. Rispetto ad aprile 2025, era cresciuto di quasi 1,4 miliardi (+94,3%). Più della sua metà (55%) è costituito da debiti sorti quest’anno, il resto da passività sorte nel 2025 (34%) e nel 2024 (11%). Ma si tratta di dati che non devono essere troppo pubblicizzati. Come ha appreso il portale di opposizione Medusa, nelle linee guida inviate ai media statali russi l’Ufficio di Pubbliche relazioni del Cremlino si è raccomandato di «ignorare il più possibile» i dati di Rosstat, che hanno raggiunto il livello più alto nel Paese, almeno nella gestione Putin. E così è stato: praticamente nessun articolo è uscito a tal proposito sui principali media del Paese.