Ha prodotto un certo scalpore, qualche giorno fa, la pubblicazione di una conversazione telefonica tra il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov e il suo omologo ungherese Péter Szijjártó, in cui il primo chiedeva al secondo di intervenire affinché la sorella del miliardario Alisher Usmanov, Gulbahor Ismailova, fosse esclusa dalla lista delle sanzioni. Un desiderio accolto infine da Bruxelles per chissà quali vie. Si conferma così non solo che il governo di Viktor Orbán costituisce una quinta colonna del Cremlino nell’Unione Europea, ma anche che – come ha affermato l’ex capo della diplomazia lituana Gabrielius Landsbergis – «per tutto questo tempo Putin ha avuto, e ha tuttora, la sua talpa in tutti gli incontri ufficiali dell’Europa e della Nato. Se si vuole preservare l’integrità di questi incontri, sarebbe opportuno vietare all’Ungheria di parteciparvi».
Per nulla preoccupate, per ora Budapest e Mosca studiano quotidianamente le mosse ulteriori per inceppare la politica dell’Unione: il 20esimo pacchetto di sanzioni e il prestito europeo già approvato all’Ucraina per 90 miliardi di euro giacciono in polverosi cassetti e chissà quando potranno essere attuati. Al momento tutte le speranze degli europeisti si appuntano sul 12 aprile, quando si terranno le elezioni parlamentari in Ungheria. Però i sondaggi forniscono un quadro assai incerto ed è presto per dare Orbán per spacciato.
Tutta la carriera politica del leader magiaro è stata uno zig-zag. Dopo aver esordito come capo della gioventù comunista, divenne un alfiere del ritiro delle truppe sovietiche dall’Ungheria e fondò il partito Fidesz. In quel periodo era probabilmente il politico più antirusso dell’Europa centrale e in questo modo si garantì inizialmente la longevità politica.
In seguito le posizioni xenofobe sull’immigrazione e le politiche restrittive anti-Lgbt ne hanno fatto un interlocutore privilegiato di Putin, mentre l’acquisto a prezzi stracciati di idrocarburi siberiani hanno cementato l’idea di un ‘comune destino’ tra i due Paesi dell’Europa orientale. Alcuni episodi nella storia del commercio di petrolio e gas fra Ungheria e Russia sono stati definiti dagli studiosi ungheresi della corruzione come le manifestazioni più eclatanti di nepotismo e capitalismo clanico.
Negli affari relativi alle risorse energetiche russe – un’operazione da miliardi di dollari – sono coinvolti amici di Orbán e loro stretti collaboratori. Secondo i ricercatori, uno dei casi più significativi è stato quello del trader di gas Met. Nel 2009 il gruppo ungherese del petrolio e del gas Mol, guidato dal vecchio amico di Orbán Zsolt Hernádi, ha venduto metà della sua società di trading (che in seguito ha cambiato nome in Met) a una misteriosa società con radici russe – la Normeston Trading, legata agli amici di Putin e ai loro manager– per poi passare a una persona vicina alla cerchia di Orbán e a uno degli ex dirigenti di Lukoil, che a sua volta ha mantenuto rapporti d’affari con persone vicine al Cremlino.
Due anni dopo questa ha ceduto la propria quota in Met a un altro uomo di Orbán, l’imprenditore István Garancsi, consentendogli di guadagnare non meno di 200 milioni di dollari in un solo anno. Nonostante l’Ungheria avesse un contratto a lungo termine con Gazprom, la Met acquistava gas sul mercato spot a basso prezzo e lo rivendeva in Ungheria a scapito del bilancio ungherese e di Gazprom. Le autorità russe e Gazprom avrebbero potuto esortare l’Ungheria a rispettare i termini del contratto sul gas, ma per qualche motivo (neppure troppo misterioso) non lo fecero. Fra ‘società-matrioska’, composte da amici e amici degli amici, si è così rafforzato il sistema clanistico magiaro. Capace di farsi beffe, con il beneplacito di Putin, persino del colosso Gazprom.
“La Ragione” 3 aprile 2026