Da quando Vladimir Putin ha iniziato ad avere forti dubbi sulla capacità di Donald Trump di imporre un accordo a Volodymyr Zelensky per la cessione di tutto il Donbas, nel governo russo si è tornati a discutere senza posa di come poter completare “l’Operazione Speciale”. In questo quadro ha destato un certo rumore sulla stampa internazionale l’invito agli oligarchi, da parte del presidente russo, a donare fondi per la guerra. Non è la prima volta nella storia.
Adolf Hitler istituì il fondo “Adolf-Hitler-Spende der deutschen Wirtschaft” (“Donazione Adolf Hitler dell’economia tedesca”), che trovò generoso appoggio fra tutti gli imprenditori tedeschi. Senza dubbio anche l’appello dello zar non cadrà nel vuoto e i vari Potanin, Mordashov e Lisin si metteranno in fila per sostenere lo sforzo bellico. I piccoli imprenditori, invece, non se la passano bene e sembra che di ‘oro alla patria’ non ne possano proprio dare. La pressione fiscale russa oggi è esercitata sulla cosiddetta fascia intermedia: cioè sulle imprese che hanno già superato la micro-dimensione ma non dispongono delle risorse e della solidità delle grandi aziende.
In sostanza, a queste realtà non restano che due strade: trasferire parte dell’onere sui clienti e aumentare i prezzi, rischiando una perdita di domanda, oppure ottimizzare radicalmente i costi e ridurre le spese, anche rinunciando agli investimenti nello sviluppo dell’attività. Oggi queste piccole imprese cercano innanzitutto risorse interne. Uno dei principali ambiti di ottimizzazione è diventato la politica del personale. La maggior parte dei datori di lavoro della Federazione Russa non punta più sull’ampliamento dell’organico, ma sull’aumento della produttività del lavoro. Che da sempre è il tallone d’Achille di un Paese dove alcolismo e malattie cardiovascolari falcidiano la popolazione e i capitali disponibili restano ridotti.
E se prima i profitti prendevano la strada dei più noti paradisi fiscali del mondo, ora s’indirizzano nel Centro Asia provocando così il recente divieto di esportare in quei Paesi più di 100mila dollari in contanti. In questo contesto la speranza resta malgrado tutto quella di attirare capitali americani. E così, quatta quatta, una delegazione della Duma di Stato ha compiuto la prima visita ufficiale a Washington dal 2014. Nel gruppo c’era anche il comunista Vladimir Isaakov, che a Mosca chiede la guerra preventiva contro la Nato ma che per l’occasione indossava un abito di un noto brand italiano.
La discussione tra le delegazioni parlamentari russa e americana ha avuto carattere interlocutorio. Nelle dichiarazioni per la stampa si legge che «si è discusso dello sviluppo dei legami economici, dei progressi verso l’abolizione di restrizioni e sanzioni di vario genere, del ripristino dei voli diretti, della questione dei beni russi congelati e della partecipazione della Russia alle prossime Olimpiadi negli Stati Uniti». La delegazione di deputati del Congresso, manco a dirlo, era composta solo da repubblicani (da Andy Ogles a Eli Crane, da Derrick Van Orden ad Anna Paulina Luna). Al termine dell’incontro la signora Luna ha spiegato ai giornalisti di avere «un unico obbligo: instaurare una comunicazione, favorire il dialogo con una delle più grandi superpotenze nucleari del mondo che di norma è considerata un nemico». Una donna del disgelo, insomma. Alla fine sembra che per rivedere i turisti americani sulla Piazza Rossa e per far ricomparire le celebri insegne dei fast food di McDonald’s ci vorrà ancora del tempo. E l’incertezza, qui fra i comuni russi, resterà sovrana.
“La Ragione” 1 aprile 2026