L’incertezza delle prospettive dell’operazione “Epic Fury” non sta impedendo al Cremlino di trarre alcune valutazioni a largo raggio sul quadro politico internazionale. Prendiamo per esempio Nikolaj Patrušev: ex presidente del Fsb e oggi consigliere personale di Putin, viene considerato da molti il vero burattinaio del regime russo. In una recente intervista a “Kommersant” mette a fuoco lo stato d’animo attuale del Cremlino. Secondo l’eminenza grigia leningradese «l’attuale conflitto farà regredire di anni il sistema di relazioni commerciali ed economiche mondiali che era stato costruito. Di fatto, l’operazione “Epic Fury” è diventata il catalizzatore di una ridefinizione del mercato mondiale delle risorse energetiche e di un collasso della logistica marittima». Anche perché per Patrušev «gli americani stanno distruggendo con le loro stesse mani il proprio status di garante della sicurezza per gli alleati in tutto il mondo.
La fiducia nella capacità delle basi militari occidentali di garantire la sicurezza dei Paesi in cui sono situate sta svanendo sotto i nostri occhi». Una valutazione perfino sobria e poco segnata da ideologismi, se Patrušev non dimenticasse che negli ultimi anni chi ha dato una spinta decisiva al radicale unilateralismo americano è stata la politica del suo Paese. Il consigliere dello zar rileva che ciò produrrà un indebolimento anche della posizione russa su scala mondiale: «I prezzi degli idrocarburi stanno aumentando, ma ciò non significa che sarà così per sempre. Con ciascuno dei Paesi attualmente coinvolti nella guerra la Russia ha instaurato nel corso di decenni stretti legami commerciali, economici, scientifici e tecnologici, anche in ambito marittimo. Pertanto seguiamo con grande apprensione gli eventi in corso».
Si tratta di un riconoscimento del decadimento della Russia a potenza regionale marginale nella definizione della politica mediorientale, che appare sempre più evidente e che rende ancora più importante ottenere una vittoria almeno formale in Ucraina, dove si continua a sperare in una mediazione trumpiana. Questo aspetto emerge con un tratto più diplomatico anche nelle valutazioni di Sergej Lavrov sullo stato delle relazioni russoamericane. Interrogato sul primo canale della tv russa la sera del 21 marzo, il ministro degli Esteri ha sottolineato come gli Stati Uniti abbiano dichiarato ufficialmente che «a loro non importa di nessuno. Si preoccupano solo del proprio benessere, che sono pronti a difendere con ogni mezzo: colpi di Stato, rapimenti o omicidi dei leader di quei Paesi che possiedono le risorse naturali necessarie agli americani. Venezuela, Iran: i nostri colleghi americani non nascondono che si tratta di petrolio. La loro dottrina è quella del dominio sui mercati energetici mondiali».
Tuttavia il vero obiettivo di questa polemica ‘anticolonialista’ non è Trump ma l’Europa, che a detta di Lavrov impedirebbe a Ungheria e Slovacchia di avere una politica ‘autonoma’. Sarebbe insomma proprio il Vecchio Continente a voler «vivere a spese degli altri e a dettare legge su tutto e tutti». Facendo finta di dimenticare, more suo, che proprio questi due Paesi sono i più ‘trumpiani’ d’Europa. Fuor dalle mene propagandistiche, la conclusione del ministro russo resta un chiaro segnale a Washington: la disponibilità di Mosca a restringere ancora le proprie mire imperialistiche in cambio di uno spazio di manovra in Europa orientale. Una Yalta in sedicesimi insomma, in cui le “democrazie popolari” della Guerra fredda verrebbero riverniciate nel nuovo conio dei “sovranismi populisti”.
“La Ragione” 24 marzo 2026