Il bilancio russo: cannoni senza medicine

L’eterno dilemma tra burro e cannoni è già stato risolto da tempo al Cremlino: cannoni, senza dubbio. E la legge di bilancio licenziata dalla Duma e controfirmata da Putin ne è la conferma: il prossimo anno il governo russo intende raccogliere oltre 40mila miliardi di rubli attraverso le imposte tasse e spenderne 44mila. Ciò comporterà un deficit di quasi 4mila miliardi di rubli, pari all’1,6% del Pil. Somma relativamente bassa, in relazione a molti Paesi occidentali, ma che non dà conto della volatilità della valuta nazionale e della ristrettezza della piazza finanziaria. A causa del fatto che nel corso di quest’anno il tasso di crescita del Pil è risultato inferiore a quello previsto nel bilancio, il deficit a fine anno potrebbe essere superiore alle previsioni del governo di ben 2mila miliardi di rubli.

Il primo ministro russo Mikhail Mishustin ha definito accettabile il disavanzo previsto per il 2026: «Non mi sembra affatto una catastrofe» ha sostenuto. «È una somma che l’economia russa può tranquillamente sostenere» concorda Ruben Yenikolopov, professore di Economia dell’Università di Barcellona. Tuttavia, la fonte dei pericoli per il Cremlino è rappresentata dalla politica di bilancio degli ultimi anni presa nel suo insieme. Ad esempio, nel 2026 la spesa di bilancio dovrebbe ammontare a 44mila miliardi di rubli, tuttavia il governo potrebbe aumentarla in seguito, come è già accaduto più volte in passato. In tal caso il deficit risulterebbe nuovamente più elevato. Anche le entrate potrebbero risultare inferiori al previsto se l’economia continuasse a rallentare.

Il Cremlino intende destinare il 38,2% del bilancio alla Difesa, che per restare in linea con le percentuali dello scorso anno – a fronte del raffreddamento dell’economia – prevede l’aumento delle entrate fiscali (assieme a tagli lineari al sostegno alle imprese, che scenderà al 10,9% rispetto al 17,6% del periodo prebellico) con in primo luogo un aumento dell’imposta di valore aggiunto che dall’1 gennaio passerà dal 20 al 22%. L’ultimo balzello a cui è ricorso il Ministero delle Finanze è quello di un’imposta aggiuntiva sugli interessi sui depositi bancari, che a fine anno frutterà 305 miliardi di rubli. Si tratta di una somma quasi tripla rispetto al 2024. Inoltre l’importo finale ha superato del 20% il piano iniziale, che era pari a 252 miliardi di rubli, come ha comunicato al quotidiano “Izvestia” lo stesso dicastero. Soprattutto ci sarà un’ulteriore sforbiciata della spesa sociale, che per il prossimo anno rappresenterà solo il 25,1% rispetto al 38,1% del 2021. Per la previdenza si prevede una vera ecatombe, visto che al contempo è stata aumentata la platea degli invalidi di guerra, allargata anche a chi ha combattuto contro l’Ucraina dal 2014 al 2022. Insomma: più pensionati e protesi, meno assegni e medicine. Così nella gigantesca e indigente provincia russa continuano a crescere le percentuali di pazienti con malattie virali che si pensavano debellate o in via di riduzione. Negli ultimi due anni i casi di epatite B sono aumentati del 43,4%. Anche l’aumento di persone affette da Hiv resta un problema di dimensioni sociali – oltre che sanitarie – molto preoccupanti: nell’ultimo anno i malati sono aumentati di 35mila unità, raggiungendo quota 1,25 milioni. Lo ha riferito il direttore del Centro federale scientifico per la prevenzione e la lotta contro l’Aids, Vadim Pokrovsky. I dati disaggregati dell’Hiv mettono in crisi anche la narrativa dei “valori tradizionali” come antidoto: il 72% degli infettati è eterosessuale, il 24% tossicodipendente e solo il 4% omosessuale.

“La Ragione” 4 dicembre 2025


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