La crisi demografica russa aggiornata

Durante la riunione di lunedì scorso del Consiglio per lo sviluppo strategico e i progetti nazionali, Vladimir Putin ha sottolineato che il tasso di natalità in Russia continua a diminuire a causa di «fattori oggettivi». Così per la prima volta lo zar ha riconosciuto che le disastrose prestazioni demografiche del suo Paese sono influenzate anche da «sfide esterne» e cioè dalla guerra in Ucraina. Quale sia la reale situazione demografica russa non lo sa nessuno, visto che lo scorso anno a Rosstat (l’agenzia statistica di Stato) è stato dato l’ordine di non fornire più informazioni sulla natalità e sulla mortalità nel Paese.

Nel decennio 2014-2024 il numero delle nascite in Russia era diminuito di un terzo e nel 2023 aveva raggiunto il minimo dal 1999, con 1,222 milioni di neonati. Secondo alcuni analisti ora i dati sarebbero i peggiori degli ultimi 200 anni. Se così fosse, perfino durante le due guerre mondiali e la guerra civile post 1917 sarebbero nati più bambini. Recentemente la rivista “The Economist” ha riportato che, dall’inizio della guerra in Ucraina, la Russia potrebbe aver perso in combattimento l’1% della popolazione maschile prebellica.

Tenendo conto dei dati dell’ultimo censimento prima del conflitto (nel 2020-2021), secondo cui in Russia vivevano oltre 68 milioni di uomini, il numero dei militari russi deceduti potrebbe superare le 680mila persone. Tesi azzardata quindi quella del capo del Cremlino, intesa a spostare questa deficienza dall’elemento strettamente sociale a quello dell’incentivazione delle nascite. Secondo Putin, però, i caratteri dell’inverno demografico non sono più legati alla prevalenza di maschi sulle femmine come nel passato. Richiamando una nota canzone russa, il presidente ha affermato che il principio “10 ragazze per 9 ragazzi” non corrisponde più alla realtà. L’idea del capo del Cremlino (già più volte annunciata) per risolvere il problema sarebbe quella di non seguire la strada del Vecchio Continente, che favorirebbe l’immigrazione straniera, ma di puntare tutto su famiglie con molta prole, incentivando i sostegni statali. Peccato che queste misure di sostegno alle famiglie dai due ai dieci figli esistano da quasi un ventennio e abbiano prodotto qualche risultato soltanto fino al 2014, quando l’economia russa cresceva grazie all’integrazione con quella europea. Nove anni fa fu lanciato in pompa magna il progetto nazionale “Demografia” del valore di 4mila rubli di benefit per le famiglie prolifiche, ma tra il 2016 e il 2024 il Paese ha perso comunque 4 milioni di persone.

Difficilmente però al governo russo potrà venire in mente che i motivi principali siano lo stato disastroso della sanità nelle province e la tendenza bellicista che ha portato la Russia a combattere quattro guerre negli ultimi 25 anni. Lo scorso anno Putin ha nuovamente fissato l’obiettivo di ridurre a zero il calo naturale della popolazione entro il 2030. Tra gli obiettivi dei progetti nazionali è stato incluso anche un forte aumento del Tasso di natalità totale (Tnt, il numero medio di figli per donna): entro il 2030 dovrebbe aumentare a 1,6 per raggiungere nel 2036 il valore di 1,8, che sarebbe il più alto dai tempi dell’Unione Sovietica. E non a caso coinciderebbe con l’anno in cui Putin dovrebbe (in teoria) appendere al chiodo la giacca presidenziale.

Sempre a questo fine, nell’ambito della strategia ‘familista’, i funzionari pubblici dovrebbero rafforzare l’istituzione del matrimonio nonché promuovere «i valori familiari tradizionali» prevedendo di introdurre immagini di famiglie numerose nella pubblicità e di istituire premi statali per i nonni con molti nipoti. Idee tutt’altro che inedite. E così alla fine si punterà, per accrescere la popolazione, di nuovo sui migranti centroasiatici o sull’annessione di qualche altra regione ucraina.

“La Ragione” 12 dicembre 2025


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