Con un telegrafico ukaze, mercoledì scorso Vladimir Putin ha licenziato Vyacheslav Gladkov e Alexander Bogomaz, governatori rispettivamente di Belgorod e Bryansk, due regioni che si trovano a ridosso del confine con l’Ucraina.
La notizia è di particolare importanza perché dimostra quanto si stia aggravando la crisi delle élite russe. Quel che è avvenuto coinvolge l’intera filiera del ‘potere verticale’ costruito da Putin a partire dal 2004 in regioni in cui decisionalità, gestione della logistica e del rapporto con la popolazione locale sono aspetti decisivi per lo sviluppo dell’attività bellica. I due non sono dei novellini: Gladkov aveva ricoperto la carica di governatore per più di 5 anni, Bogomaz per 11.
Il posto del primo è stato preso dal generale Aleksandr Shuvaev, veterano della guerra con l’Ucraina, mentre il successore di Bogomaz è l’ex vicegovernatore della regione di Chelyabinsk, Egor Kovalchuk. La posizione di Gladkov era traballante da tempo e fatta collegare al suo ‘deterioramento’ (spesso in Russia si può considerare questo termine un sinonimo di alcolismo).
Inoltre l’ormai ex governatore aveva fatto una montagna di soldi con le commesse della costruzione di opere difensive e ora, per come vanno le cose a Mosca, è tempo di tagli lineari di spesa anche su questo fronte. Un conoscente di Gladkov ha confessato al portale “Meduza” che «Vyacheslav era stato messo alle corde dai regolari attacchi con droni ucraini, poi dalle interruzioni di Internet, quindi dai problemi dell’economia della regione. Insomma nulla andava bene».
Per lui ora è pronta la carica prestigiosa – ma di scarso potere e peso politico – di capogruppo di Russia Unita (il partito di Putin) nella nuova Duma che verrà eletta nell’autunno di quest’anno. La gratifica, anche in termini materiali, sarà più che dignitosa e si può pensare che non si sentirà più parlare di lui.
Bogomaz è invece un collaboratore dell’attuale presidente della Duma Vyacheslav Volodin e per certi versi si tratta di una figura minore. Aveva assunto la carica di governatore di Bryansk nel 2014 e al Cremlino erano pronti a mandarlo in pensione già lo scorso anno. Adesso è stato subito nominato deputato dell’attuale Duma. Il problema nel suo caso è stato trovare con chi sostituirlo.
Era stata discussa la candidatura di Vladislav Davankov, vicepresidente della Duma del partito-fantoccio Gente Nuova, ma questi non aveva espresso alcun desiderio in tal senso. Recentemente la carica era stata offerta anche a Vadim Dengin del Partito Liberaldemocratico (liberaldemocratico solo di nome, in realtà è una formazione di estrema destra) e financo al capo del comitato esecutivo di Unità Russa, Alexandr Sedyakin. Entrambi hanno però preferito passare la mano e restare a Mosca dove il tran tran quotidiano non viene messo a dura prova dai bombardamenti e dall’esasperazione della popolazione.
Al di là della cronaca e del colore che ogni episodio di politicantismo porta con sé a ogni latitudine del globo, in questa vicenda si misura comunque la crisi del sistema putiniano. Fino al 2023 la proposta del Cremlino di diventare governatore di una zona di guerra significava un passaggio decisivo per una carriera politica successiva. Ora viene tranquillamente rifiutata da molti potenziali candidati e per chi invece ha ‘tirato la carretta’ c’è la prospettiva del pensionamento d’oro. Oppure, se non saprà stare al proprio posto, di essere coinvolto in indagini legate all’uso improprio dei fondi bellici.