Dopo Kiev è giunto il momento di Erevan? Putin è pronto a mettere le mani sull’Armenia? La stampa internazionale ha sottolineato questo pericolo quando il presidente russo qualche giorno fa ha tracciato un parallelo fra Armenia e Ucraina: «Vediamo tutti cosa sta accadendo ora in Ucraina. Ma da dove è iniziato tutto? Dal suo tentativo di entrare nell’Unione Europea».
Una minaccia o forse solo un avvertimento, nel momento in cui pochi giorni fa si è tenuto il primo vertice Armenia-Ue della storia. Si può meglio comprendere l’importanza di questo meeting se si considera che, a metà degli anni Dieci di questo secolo, nella coscienza collettiva del Paese caucasico la Russia rimaneva ancora il principale amico e difensore dell’Armenia. Tuttavia, dopo la guerra del 2020 e souno spazio elettorale filorusso in Armenia, come già successo in Moldavia e Georgia, per preparare il terreno a uno scontro politico che si preannuncia di lunga durata. prattutto dopo la perdita del Karabakh nel 2023, il rapporto con Mosca si è bruscamente deteriorato. Quest’anno poi la questione delle relazioni con la Russia è tornata in Armenia all’ordine del giorno non più come una disputa sull’alleanza di un tempo, ma come parte di un clima di smarrimento geopolitico che attraversa il mondo intero e di cui le prossime elezioni legislative (previste per giugno) saranno un banco di prova. Il Paese starà a fianco del premier Nikol Pashinyan, che vuole una svolta europeista, o guarderà ancora a Mosca (e soprattutto ai suoi gas e petrolio a prezzi scontati)?
Dentro questo contesto le dichiarazioni di Putin sul tema assumono un sapore particolare: «A mio avviso sarebbe giusto, sia nei confronti dei cittadini armeni che nei nostri confronti, in quanto principale partner economico, prendere una decisione il prima possibile. Ad esempio, indire un referendum» ha sostenuto il capo del Cremlino. Il punto di caduta del ragionamento non sfugge: riuscire a polarizzare
L’Armenia ha una vicenda storica assai diversa dall’Ucraina. Non è un Paese slavo e a maggioranza ortodossa, non ha legami storici ed etnici plurisecolari con Mosca. Entrò nell’area d’influenza dei Romanov solo nel XIX secolo e fu annessa all’Urss dai bolscevichi nel 1922. In mezzo ci fu il terribile genocidio perpetrato dai turchi durante la Prima guerra mondiale. Tuttavia per Putin l’Armenia (come la Georgia e gli altri Paesi della regione) fa parte della sua proiezione imperiale, anche se qui l’ipotesi militare resta ancora improbabile.
L’Europa non ha portato al vertice di Erevan solo simboli. Al termine dell’incontro le parti hanno annunciato un ampliamento della cooperazione nei settori dell’energia, dei trasporti e delle tecnologie digitali, oltre a confermare che gli investimenti nell’ambito del “Global Gateway” potrebbero raggiungere i 2,5 miliardi di euro. Nella dichiarazione finale è stato anche sancito il sostegno alla sovranità dell’Armenia, alla sua stabilità e alle riforme, nonché la promozione della cooperazione nei settori della sicurezza. Oltre alle rose ci sono però anche le spine. L’entrata nell’Unione Europea non è dietro l’angolo, perché anche lì – come in molti Paesi dell’ex Urss – l’economia resta fragile e il sistema fiscale soltanto abbozzato. Si deve poi aggiungere che al vertice non è stata fatta una promessa chiara di un regime senza visti.
Nei documenti si parla di «progressi significativi» nel dialogo e della necessità di attuare il piano d’azione, ma non vi è alcuna decisione politica in merito all’esenzione dal visto. L’Europa ha fornito a Pashinyan strutture, fondi e riconoscimento, ma non gli ha concesso la promessa elettorale più vantaggiosa. E proprio su questo Putin è pronto a conficcare il suo pur spuntato temperino.
“La Ragione” 15 maggio 2026