Un suicidio contro Putin

«Vi voglio bene e vi penso tutti. Ma devo andarmene, non riesco più a sopportare questa vita. Ho iniziato a non sopportarla più da quando Putin ha invaso l’Ucraina e uccide persone innocenti, mentre qui continua a mandare in prigione migliaia di persone che soffrono e muoiono lì dentro solo perché, come me, sono contro la guerra e contro gli omicidi. Non posso fare nulla per aiutarle. Zhenya Berkovich, Svetlana Petriychuk, Karina Tsurkan e migliaia di altri dietro le sbarre soffrono e muoiono. Ho cercato di aiutarli, ma le mie forze sono esaurite e giorno e notte soffro per la mia impotenza. Mi vergogno, ma mi sono arresa. Per favore, perdonatemi».

Dopo queste poche, accorate frasi Nina Litvinova – attivista del movimento della dissidenza politica russa sin dagli anni Sessanta – ha deciso di togliersi la vita lo scorso 13 maggio anche se la notizia è iniziata a circolare solo l’indomani. Aveva lavorato presso l’Istituto di Oceanologia dell’Accademia russa delle Scienze, dedicando oltre quarant’anni della sua carriera scientifica alle ofiure e ad altri echinodermi marini. Ma aveva dedicato ancora più impegno nella battaglia per la democrazia e – ai tempi dell’Urss – per un socialismo dal volto umano.

Nina Mikhailovna Litvinova era nata il 9 agosto 1945 in una famiglia importante nella storia politica sovietica. Era la nipote di Maxim Litvinov, commissario per gli Affari esteri dell’Urss negli anni Trenta e ambasciatore negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale, nonché sorella di Pavel Litvinov, noto dissidente sovietico e partecipante alla celebre manifestazione sulla Piazza Rossa del 25 agosto 1968 contro l’invio di truppe in Cecoslovacchia. Non cercava la ribalta e diceva che la notorietà del suo cognome la opprimeva. Tuttavia l’esperienza familiare, il ricordo delle repressioni e la cerchia di conoscenze la coinvolsero gradualmente nell’azione di resistenza già dalla fine degli anni Sessanta.

Com’è stato scritto nel necrologio sulla pagina Facebook di “Memorial”, «leggeva e diffondeva samizdat (fogli illegali di opposizione stampati a mano nel periodo sovietico), andava ai processi, si recava a trovare in esilio suo fratello e altri dissidenti, portava lettere, libri e pacchi ai detenuti politici». «Mi sembra che vivessimo di una sorta di empatia comune. Ci aiutavamo tutti a vicenda» ricordò in seguito Litvinova. E il suo impegno non era cessato, malgrado l’età, in epoca putiniana e poi con l’inizio dell’invasione dell’Ucraina.

Nina non aveva mai smesso di lottare e di aiutare i prigionieri politici. Negli ultimi otto anni, insieme agli attivisti di “Memorial”, si era recata a Petrozavodsk per i processi dello storico Yuri Dmitriev ignobilmente condannato per pedofilia, aveva partecipato alle udienze sui casi di Oleg Orlov e Zhenya Berkovich e aveva aiutato molto Olga Bendas, ma anche tantissimi prigionieri politici sconosciuti. Sapeva che è sempre più dura per gli oppositori che non hanno gli onori delle cronache perché spesso giudici e secondini si accaniscono maggiormente su di loro. Anche per questo il suo sostegno silenzioso ai perseguitati era una strategia scelta consapevolmente, e non semplicemente un tratto del suo mite carattere. E come hanno scritto puntualmente i suoi amici, Nina Litvinova «incarnava un coraggio e una nobiltà d’animo modesti ma incrollabili. Era sempre presente dove il dolore era più acuto». Nel libro che domani elencherà le vittime di un regime brutale a lei spetterà una pagina particolare.

“La Ragione” 19 maggio 2026


Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *