Il libro di Gian Piero Piretto: Putin e la sua variante vuota

Raffaele Cortina Editore ha recentemente pubblicato l’ultima fatica di Gian Piero Piretto, per molti anni docente a Milano di Storia e Cultura russe. S’intitola “Il Paese di Putin. 20 parole russe al servizio della propaganda” e si aggiunge ai suoi già straordinari studi sulla “Grande Madre” (come spesso viene enfaticamente definita la Russia in patria).

Diciamo subito che questo libro a noi pare un capolavoro, un piccolo dizionario-vademecum in cui si smonta la fragile costruzione ideologica del putinismo. Costruzione fragile perché, nel tentativo di costituire una nuova variante di totalitarismo, il regime russo deve scontare la propria vacuità antropologica prima ancora che ideologica.

In questo volume compatto ma denso di riflessioni e rimandi, Piretto cuce un fine tessuto di considerazioni sulla Russia zarista, sovietica e quindi putiniana come un’operazione – si badi bene – non politologica ma in bilico fra l’accademia, la filologia, la storia e il divenire mitopoietico. E lo fa partendo dall’analisi del nuovo “Dizionario della lingua statale della Federazione Russa” (Università di San Pietroburgo, 2025) che, come segnala l’autore, è stato concepito dal potere quale «strumento di moralizzazione terminologica».

In tale contesto Piretto ha voluto «recuperare nomi (parole), concetti chiave della cultura russa che la politica putiniana ha ripreso, adattandoli, alterandoli, talora mistificandoli, per legittimare proprie scelte e teorizzazioni, allo scopo di verificarne il significato primigenio e l’uso-abuso realizzato a fine propagandistico».

Tutto ciò non rende però meno scialba e autoproclamata una narrazione costantemente mediata da ragionamenti che hanno radici «in argomentazioni filosofiche, teologiche, antropologiche dei secoli russi passati riportate alla luce e adattate alle circostanze». L’autore estrapola venti termini-concetti con cui svelare l’incantesimo che cela l’ideologia. Per esempio la “russicità”, per usare le parole di Piretto, «si fonde più che mai con l’idea imperiale e post-sovietica di “grande patria comune” che plasma l’immaginario e con la tradizione ortodossa… Lo scopo primario di Putin è legittimare il ruolo guida della Russia sui territori dell’ex Urss, o dove ci siano comunità russofone, e giustificare interventi politici o militari (Crimea, Donbas, guerra in Ucraina) con la “protezione” del rússkij mir (il mondo russo, ndr)».

Il libro non è una delle tante operazioni di contropropaganda, quanto piuttosto un lieve ma corposo disvelamento del colonialismo interno, che è «già presente nell’impero zarista e in quello sovietico, che prevede rimozione o inglobamento dei popoli nativi, naturalizzazione del controllo russo sul territorio, marginalizzazione culturale delle minoranze etniche e linguistiche».

Da questo punto di vista, l’ideologia putiniana non è neppure un ritorno allo slavismo ma una rivisitazione del concetto di prostór (spazio sconfinato) che Piretto associa a quello «dell’idea di spazi storici russi da recuperare e proteggere. In una sorta di giustificazione emozionale e culturale per la riaffermazione dell’influenza russa su territori ex sovietici o russofoni (come Crimea, Donbas et cetera). L’espansione territoriale diventa necessità ontologica per l’“anima russa” putinianamente intesa, non solo una questione geopolitica». A patto – come ci avverte in conclusione Piretto – di smontare anche la categoria della “prospettiva decoloniale”, sapendo che «spesso ciò che viene presentato come profondità spirituale non è altro che una copertura estetica del potere, una mitologia che assorbe il dissenso e impedisce di vedere la complessità dell’esperienza post-imperiale».

“La Ragione” 18 aprile 2026


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