“Non lasciare che ci uccidano” di Boris Belenkin

Bisogna essere grati a Rizzoli e al curatore Marco Clementi per la traduzione di “Non lasciare che ci uccidano” di Boris Belenkin. In fondo quanti oggi in Italia conoscono la tragedia dei gulag sovietici? Davvero pochi sanno che furono campi di concentramento come quelli nazisti, dove lavoro schiavistico e fucilazioni furono la norma per oltre vent’anni. E ancora meno sono quelli che conoscono “Memorial”, la fondazione creata a Mosca in epoca gorbacioviana per proteggere la memoria dei gulag, poi chiusa d’imperio nel dicembre del 2021. Nessuno protestò in piazza allora, gli spazi di democrazia faticosamente conquistati erano già morti prima che iniziasse l’invasione dell’Ucraina.

Boris Belenkin – che assieme ad Andrej Sacharov è stato uno dei fondatori di “Memorial” – racconta la vicenda di questa straordinaria realtà che in oltre trent’anni di attività ha raccolto le biografie e le memorie di quasi cinque milioni di persone internate nei lager sovietici. Complessivamente il numero di persone che «viaggiarono nella vertigine» dei lager, per parafrasare Natalia Ginzburg, furono cinque volte tante. In questo volume Belenkin ci dice, quasi di passata, che «la storia sovietica è stata indissolubilmente legata alla repressione politica». Un dato, quello della mancanza di democrazia politica in Russia, quasi deterministico e che attraversa tutta la sua vicenda dalla l’autocrazia zarista al crony capitalism odierno, passando per il regime comunista.

‘Quasi’ deterministico perché il sogno di Belenkin e quello di milioni di altri russi di procedere sulla strada della libertà si è infranto sì, ma non per sempre. L’autore, a un certo punto del libro, torna alla nascita di “Memorial” in una serata d’inizio 1989 nella Casa del Cinema, «dove tutto avvenne in un’atmosfera piuttosto solenne. L’aula era gremita: la gente stava in piedi o sedeva sui gradini, e chi non poteva entrare si accalcava nell’atrio. Una folla enorme si radunò in strada davanti all’entrata, nonostante il gelo e il fatto che l’ingresso era loro vietato. Grazie a quell’evento, per la prima volta compresi quanto “Memorial” non rappresentasse solo il passato storico, ma di come fosse già un movimento sociale».

In queste pagine, che si leggono con facilità perché ben scritte e inframmezzate da tante illustrazioni, possiamo attraversare la vita di Belenkin seguendo i movimenti della dissidenza degli anni Sessanta del secolo scorso quando – fino a Praga 1968 c’era ancora la possibilità di credere in una riforma del regime burocratico. E così via, attraverso l’ingenua controcultura che si affacciò nella grigia Unione Sovietica brezneviana fino a sboccare nelle giornate dell’estate del 1991, quando il popolo e Boris Eltsin sconfissero il putsch della decadente nomenklatura. Oggi che tutto ciò appare lontano e transitorio, l’autore ci regala nelle sue pagine quel fiore che non può essere congelato neppure dal peggiore degli inverni: “Memorial” vive. «I monumenti in memoria delle vittime del terrore e il lavoro fatto in difesa dei diritti civili e umani non spariranno, non si perderanno nell’oblio.

Le repressioni di un regime poliziesco non ne hanno la forza oggi» scrive Belenkin. «Le organizzazioni di “Memorial”, il cui lavoro non è ancora stato vietato, e i loro attivisti proseguono quanto cominciato 35 anni fa a Mosca. Si pubblicano ancora libri e continuano ad arrivare centinaia di lettere dai familiari delle vittime delle repressioni del periodo sovietico, che si appellano agli specialisti per avere notizie. Continua anche il lavoro in difesa dei diritti umani, che diventa ancora più importante nel contesto persecutorio creatosi nella Russia di Putin, che in alcuni casi non si differenzia per crudeltà da quello del periodo sovietico».

“La Ragione” 23 dicembre 2025


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