La repressione politica in Bielorussia

«Non credo ancora al fatto che sono libero, ora denuncerò tutti i crimini che quotidianamente avvengono nelle prigioni di Lukashenko». Sono state queste le parole di Sergei Tikhanovsky, l’oppositore al regime dittatoriale bielorusso, appena è stato liberato lo scorso sabato, dopo più di cinque anni di prigione, assieme ad altri dodici prigionieri politici. La loro liberazione è avvenuta dopo che il rappresentante del governo degli Stati Uniti Keith Kellogg si era incontrato con il presidente bielorusso nell’ambito della ripresa delle relazioni diplomatiche e politiche tra i due Paesi, che segue quelle in corso già da qualche mese tra la Federazione Russa e gli Usa. Alexander Lukashenko, che domina sul piccolo Stato slavo da più di 30 anni, ha voluto così mostrare al mondo la sua magnanimità di ‘zarbuono’ o di “Batko” (Paparino), come viene chiamato in Bielorussia. Nella primavera del 2020 Sergei Tikhanovsky avrebbe dovuto essere candidato alla presidenza in contrapposizione a Lukashenko, ma venne arrestato appena due giorni dopo la presentazione della sua lista. Assieme a lui vennero posti sotto custodia tutti gli altri candidati democratici e i loro portavoce.

A sostituirlo nella drammatica campagna elettorale che ne seguì fu sua moglie Svetlana, che non aveva mai in precedenza partecipato alla vita politica nazionale. Ma malgrado le lunghe file ai seggi che dimostrarono la voglia di cambiamento dei bielorussi, grazie a brogli e violenze – che ricordarono le pagine delle peggiori dittature sudamericane degli anni Settanta – Lukashenko poté sostenere di essersi imposto alle urne con l’80% dei suffragi. Nelle settimane successive si assistette a un vero e proprio moto democratico, che attraversò tutto il Paese. Milioni di persone scesero in piazza subendo le violenze della polizia. Nelle caserme vennero torturate migliaia di persone e sei dimostranti persero la vita. Molti dirigenti e attivisti dell’‘estate bielorussa’ finirono in prigione, altri presero la via dell’esilio e dell’emigrazione.

Il rischio ora è che la liberazione di questi 13 attivisti possa diventare una copertura per l’amministrazione americana per riprendere le relazioni politiche e commerciali con il regime, quando invece non è cambiato nulla. L’approccio ‘pragmatico’ di Donald Trump rischia di essere soltanto una cinica postura, con la liberazione di pochi detenuti che si rivela la classica foglia di fico. Non a caso Tikhanovsky, una volta giunto in Lituania, durante il suo colloquio con il presidente americano ha voluto ricordare che i detenuti politici bielorussi «non possono nemmeno ricevere una lettera o una telefonata. Non possono incontrare i propri avvocati o ricevere il conforto di un sacerdote». L’oppositore ha chiesto a Trump di impegnarsi «per la liberazione di tutti i detenuti politici» del suo Paese e «di impedire che l’isolamento internazionale in cui versa il regime di Minsk possa essere incrinato in cambio solo di qualche limitata concessione». In questo senso la strada da percorrere è ancora molto lunga. Secondo il progetto dell’Associazione dei diritti umani Viasna che anima il portale “Spring96.org”, oggi 1.173 persone sono detenute in Bielorussia per reati d’opinione.

Quelle passate dalle prigioni di Lukashenko nell’ultimo quinquennio sono più di 22mila. L’Alto commissariato per i diritti umani dell’Onu ha ricevuto inoltre un elenco di 63 persone di età superiore ai 60 anni (tra cui 15 donne) private della libertà in Bielorussia a causa della loro opposizione politica. La maggior parte di questi detenuti sta scontando pene fino a 25 anni e alcuni di loro sono stati sottoposti a cure psichiatriche obbligatorie.

“La Ragione” 26 giugno 2026


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