“A pensar male, non sbagli” dice un vecchio adagio russo. Così, quando nel pomeriggio di lunedì scorso è iniziata a circolare la notizia della morte per suicidio di Roman Starovoit (licenziato solo qualche ora prima da Putin dalla carica di ministro dei Trasporti), nelle redazioni dei giornali – e non soltanto lì – ci si è lasciati andare al sarcasmo. Sia ben chiaro, quasi tutti i media russi hanno riportato senza commentare la versione ufficiale della polizia secondo cui il 53enne ex manager si era sparato in auto nella periferia della capitale di Odinzovo. Poco dopo, precise come l’orologio sulla guglia principale del Cremlino, sono poi iniziate a circolare le voci di ambienti vicini alle Forze dell’ordine secondo cui Starovoit era coinvolto in varie attività criminose. Ad accusarlo era l’ex governatore della regione di Kursk, Alexey Smirnov, arrestato con l’accusa di appropriazione indebita di almeno un miliardo di rubli dal bilancio per la costruzione di fortificazioni al confine con l’Ucraina. Anche l’ex ministro si sarebbe ritagliato un bottino personale nella torta degli appalti. Sia che l’accusa sia stata fabbricata all’interno di uno scontro intestino al governo russo, sia che effettivamente il ministro avesse le mani in pasta nel settore della ricostruzione della regione, alcuni pezzi del puzzle forniti dalla portavoce del Comitato investigativo, Svetlana Petrenko, non s’incastrano. Se fa fede una voce raccolta dalla rivista “Forbes Russia”, Starovoit sarebbe deceduto nella notte tra il 5 e il 6 luglio ma il Cremlino ha annunciato le sue dimissioni solo il 7 mattina.
Da parte sua “Mash”, un canale Telegram vicino agli umori dell’opposizione, sostiene che lunedì mattina Roman Starovoit era ancora al lavoro al Ministero dei Trasporti e vi aveva tenuto perfino una riunione. Per “Rbc” il corpo di Starovoit era stato addirittura trovato già il 5 luglio. Comunque siano andate le cose, la sua morte non è un caso isolato in un Paese in cui – come Putin ha avuto l’ardire di sostenere – vige «la dittatura della legge». Solo tre giorni prima il 62enne Andrey Badalov, vice presidente di Transneft, era caduto dal balcone del 17esimo piano del prestigioso quartiere della Rublevka. Un altro caso di suicidio? Forse. Sta di fatto che il portale “Lenta.ru” si è peritato di contare quanti manager, imprenditori e funzionari di alto di livello (senza far conto dei generali e degli alti ufficiali spesso a loro volta imprenditori) sono scomparsi in Russia dal febbraio del 2022: ben 27. La vistosità del fenomeno è tale che la rivista “The Atlantic” ha coniato un termine per descrivere queste morti misteriose. Quel che sta accadendo a Mosca e dintorni si potrebbe definire come una “Sudden Russian Death Syndrome” (Sindrome di morte improvvisa russa). La pubblicazione statunitense ha collegato questi casi direttamente al contesto geopolitico, in particolare al conflitto in Ucraina e alle sanzioni contro la Russia. E ritiene che il loro numero li renda statisticamente significativi. Non bisogna neppure escludere che alcune morti potrebbero essere accidentali o legate all’alcolismo.
Ma malgrado ciò, sin dalla fine del XVI secolo (dai tempi dei ‘Torbidi’ fino alle purghe staliniane e post staliniane) la lotta politica per il potere in Russia ha spesso seguito la via dell’eliminazione fisica non soltanto di singoli leader ma di interi clan o cordate. In questo contesto la corruzione generalizzata è al tempo stesso il mastice che tiene insieme il crony capitalism intorno a Putin e l’humus su cui i servizi segreti possono sempre intervenire. Se si gratta appena un po’ la patina del ‘Paese ordinato’ spacciato dai sovranisti di qualunque latitudine, emergono i miasmi di criminalità e ricatto che pervadono un’intera società.
“La Ragione” 10 luglio 2025