La violenza in Russia

Lo scorso 31 ottobre la Russia ha consegnato all’Onu i dati sugli omicidi commessi nel Paese nel 2024. I delitti mortali sono stati 11.327 con un aumento di oltre 1.500 casi rispetto all’anno precedente. Secondo alcune fonti, un così netto aumento delle morti violente sarebbe da attribuire all’inserimento nella statistica dei civili uccisi durante i combattimenti nel Kursk e a causa dei bombardamenti ucraini sul territorio russo (che da quest’anno sarebbero computati come “attentati terroristici”). Tuttavia il Ministero degli Interni aveva dichiarato in precedenza che tali decessi erano stati complessivamente 253.

A nostro avviso tale aumento è da attribuire in gran parte all’aumento delle tensioni sociali determinatosi dopo l’inizio della guerra e alle violenze perpetrate dai veterani, che spesso ritornano dal fronte con gravi patologie psichiche. Questi numeri comunque non rendono l’idea delle dimensioni della violenza omicida in Russia, se non comparandoli con quelli del Vecchio Continente.

Sempre secondo i dati dell’Onu, in Europa sono stati compiuti lo scorso anno 0,94 omicidi ogni 100mila abitanti (in Italia 0,54), mentre in Russia sono stati ben 12,88, ovvero 13 volte di più (e 25 volte più che in Italia). Anche prendendo in esame soltanto Mosca e San Pietroburgo (considerate le città modello della Federazione Russa), il tasso di omicidi è superiore di due volte e mezza rispetto a quello dell’Unione Europea. Un livello paragonabile a quello dell’odierna Russia si era registrato in Inghilterra, Belgio e Paesi Bassi nel XVII secolo e in Germania e Svizzera nel XVIII secolo.

Una comparazione comunque da prendere con la dovuta cautela, visto che un secolo fa gli omicidi venivano registrati in modo meno accurato, come ha osservato Manuel Eisner, autore di uno studio di riferimento sulle tendenze storiche della criminalità. Il livello di omicidi in Russia è stato storicamente più elevato rispetto all’Europa e il calo è sempre stato tardivo: lo sostengono i criminologi Alexandra Lysova, Nikolai Shitov e William Pridemore, che spiegano questo ritardo con la teoria del processo di civilizzazione del sociologo Norbert Elias. Senza esagerare nelle analogie, nella Russia di Eltsin e di Putin si sarebbe avuto un processo di ‘decivilizzazione’ sul tipo di quella nazista degli anni Trenta, in cui le élite avrebbero avuto un ruolo decisivo nelle dinamiche di imputridimento sociale di cui la violenza è soltanto uno degli aspetti più eclatanti. In Russia anche il femminicidio è di casa.

Malgrado nelle regioni non europee del Paese le vittime degli omicidi non vengano ancora statisticamente suddivise per genere, risulta che le donne uccise nel 2024 sono state 2.046; ma il dato più agghiacciante è quello delle morti determinate da violenza domestica, pari a 963 casi (il 47%). Di queste vittime, 530 sono state uccise dai partner (ex o attuali mariti, conviventi o fidanzati) e le altre da familiari. Malgrado ciò la tv russa ci racconta ogni sera del clima di paura che si vive in Italia, mostrandoci le immagini di degrado della stazione Termini di Roma o delle periferie milanesi. L’ex generale Roberto Vannacci ha sentito il dovere di fare da megafono a tale propaganda, scrivendo persino nel suo libro che in Russia «ben dopo l’imbrunire nei grandissimi e bellissimi parchi cittadini, donne sole e mamme con bambini assaporavano il fresco delle sere estive senza il benché minimo timore di essere molestate da qualcuno». Basterebbe invece informarsi per venire a sapere che le strade russe sono assai meno sicure delle nostre.

“La Ragione” 20 ottobre 2025


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