Sergej Lavrov, putiniano con sbavature

Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov è tornato al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica internazionale dopo la polemica per la sua mancata intervista al “Corriere della Sera”. Nessuno può insegnare alla redazione del giornale milanese se sia suo interesse o meno condurre un confronto con un importante politico della diplomazia internazionale o se questo possa essere o meno utile alla causa del popolo ucraino. Ci interessa invece sottolineare come nel caso di Lavrov la fama di plenipotenziario navigato e colto sia stata spesso esagerata, non soltanto in Russia ma anche su scala internazionale. Sergej Lavrov è nato a Mosca nel 1950 e ha concluso gli studi all’Università “Mgimo” che un tempo formava i quadri sovietici destinati alle relazioni internazionali e dove ancora oggi si laureano molti dei rampolli della Russia ‘bene’.

Da giovane poté entrare nell’apparato diplomatico perché iscritto al Partito comunista (di cui restò membro fino al 1991) ma soprattutto grazie alla madre che lavorava al Ministero del Commercio con l’estero: questo gli permise di diventare a soli 21 anni funzionario dell’Ambasciata sovietica in Sri Lanka e poi rappresentante della Russia all’Onu.

Nel 2004 Putin lo chiamò a dirigere la politica estera: un lavoro svolto con solerzia per tanti anni, lasciandosi andare (seppur raramente) anche ad accenti moderatamente liberal. Quando però nel 2020 con le proteste popolari in Bielorussia la situazione a Est iniziò a volgere al brutto (verrà avvelenato Aleksej Navalny e la Russia inizierà a prepararsi ad aggredire l’Ucraina) Lavrov dovette rapidamente allinearsi a Putin. Il 19 agosto 2020, dopo che Lukashenko aveva imposto la sua rielezione tramite brogli e violenza, affermò a sorpresa che a Minsk «non si può dire che le elezioni siano state perfette. Certamente no. Ci sono molte prove a sostegno di ciò. Lo riconosce anche la leadership bielorussa…». Tre giorni dopo Putin lo smentì pubblicamente in un’intervista, parlando di «provocazioni occidentali» e tirandogli le orecchie: «nella vita non c’è niente di perfetto…». A quel punto Lavrov non poté che replicare «Il presidente ha sempre ragione».

Da allora è diventato il più zelante “dottor Stranamore” del governo russo. Fino al punto di scivolare su spesse bucce di banana, come quando il 2 maggio del 2022 in un’intervista a Mediaset per attaccare Zelensky come «fascista» non trovò di meglio da dire che «per quanto ne so, anche Hitler era ebreo…». Una gaffe antisemita a cui soltanto d ni Putin decise di mettere una pezza, telefonando personalmente a Netanyahu per scusarsi. In seguito Lavrov ha cercato di ripetere la linea ufficiale senza sbavature. Non sempre riuscendo a evitare le brutte figure. Il 7 dicembre 2024, nelle stesse ore in cui il regime di Assad stava crollando in Siria, dichiarò che la Russia avrebbe «continuato a dare assistenza militare all’esercito» e sottolineò che «la Russia sta assistendo l’esercito siriano nel respingere gli attacchi dei terroristi, facendo tutto il possibile per impedire loro di prevalere». Come la faccenda sia poi finita è a tutti noto. Ultimamente – in occasione del vertice di Ferragosto con Trump in Alaska – ha voluto ricordare il suo passato (e il suo agognato futuro) vestendo una felpa con su scritto “Urss”. Ha poi spiegato che il suo gesto era in linea con quanto affermato da Putin, secondo cui «non avere nostalgia per l’Urss vuole dire non avere cuore, ma volere il ritorno dell’Urss vuole dire non avere testa». Lavrov ha finito così per ripetere un refrain diffuso nei social. Peccato solo che questa frase, attribuita a Putin, in realtà sia stata pronunciata – in tutt’altro contesto e per rivendicare il nuovo corso del suo Paese – da Oleksandr Moroz, leader del Partito socialista ucraino e presidente della Verchovna Rada dal 1992 al 1998.

“La Ragione” 18 novembre 2025


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