Lo scrittore Boris Akunin condannato a 14 anni

Ha venduto più di 30 milioni di libri e alcuni di questi sono diventati film o serie televisive. I suoi romanzi sono stati tradotti in 35 lingue (e in Italia pubblicati perlopiù da Frassinelli). Tanto basta per essere condannato a 14 anni di prigione in Russia. Martedì scorso il Tribunale militare del Secondo distretto occidentale ha condannato lo scrittore conosciuto come Boris Akunin a 14 anni di carcere in una colonia penale di massima sicurezza, con i primi quattro anni da scontare in carcere.

Per sua fortuna Akunin vive a Londra dal 2014, dunque la condanna è in contumacia. Reato contestato: voler cambiare la Costituzione russa con l’uso della forza. Insurrezione armata contro i poteri dello Stato. No, saremmo fuori strada. Soltanto il suo nome d’arte (B. Akunin – ovvero Bakunin) rimanda a qualcosa di vagamente rivoluzionario, perché in realtà i suoi orientamenti sono sempre stati democratico-conservatori. E forse proprio per questo Vladimir Putin lo odia. Non appartenendo al mondo woke (o comunque liberal) e non rinnegando alcune delle chiavi di lettura tipiche del costituzionalismo russo di Primo Novecento, Akunin (il cui vero nome è Grigorij Čhartišvili, che ne denuncia le origini georgiane da parte di padre mentre quelle materne sono russe ed ebraiche) non si adatta agli schemi ideologici del Cremlino e anzi ne dimostra la vacuità. Sostenitore della prima ora di Alexej Navalny, avversario da sempre della distopia putinana statal-capitalista, lo scrittore russo ha denunciato la politica neo-imperiale in Ucraina sin dai tempi dell’invasione e si è dichiarato più volte a favore della vittoria militare dell’esercito di Zelensky, facendone quindi per il capo di Stato russo il prototipo del traditore. Del resto Akunin non ha certo la mano leggera nel trattare con il regime installato al Cremlino: «La propaganda del regime di Putin usa parole come “nazismo” con estrema libertà» ha dichiarato Akunin recentemente ad Al Jazeera. «Ma non significa nulla. Per loro è solo una parolaccia. Chiamano nazista e fascista chiunque non gli piaccia. Anche se in realtà loro stessi seguono in pieno le orme di Hitler e Goebbels: nella loro retorica, nella loro politica, nelle loro spudorate menzogne. Sapete, non permettono nemmeno di usare la parola “guerra”». Nella sua “Storia dello Stato russo”, pubblicata in dieci volumi, Akunin ha cercato di proporre una lettura divulgativa ma corposa (un po’ come lo fu la “Storia d’Italia” di Indro Montanelli a suo tempo) in cui il baricentro resta il carattere intimamente costitutivo della statualità russa, il fattore decisivo del suo sviluppo. Egli rifugge così le interpretazioni marxiste del carattere libertario e costituente della comune contadina russa, che pure tanto successo hanno avuto nello scorso secolo.

In questo senso – ma solo in questo – il romanziere ha un punto di contatto con il dittatore del suo Paese, senza però dare alla sua vena statalista alcuna sembianza sciovinista. Anche i personaggi dei suoi più fortunati romanzi polizieschi – in cui s’intersecano sagaci servitori orientali (Akunin ha un debole per la cultura giapponese) e fantasmagorici guardie e ladri della Belle Époque– rimandano a un approccio al mondo e alla vita che mostra nostalgia per le atmosfere leggere e suadenti che restarono alle spalle dell’universo burrascoso e macchinista della Prima guerra mondiale. Forse – e paradossalmente – anche per questo i suoi libri restano così letti in Russia sebbene siano stati ritirati da tempo dagli scaffali delle librerie. Ma non è motivo per lui di soddisfazione: «Oggi la letteratura sta tornando di moda in Russia. Tutto ciò che viene bandito è oggetto di desiderio. E questo mi rende triste».

“La Ragione” 17.7.2025


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