SergeJ Karaganov, nuovo ideologo del putinismo

«Siamo un popolo di guerrieri e vincitori. Un popolo liberatore da tutti coloro che cercano di diventare egemoni, di dominare e di opprimere altri popoli. Ma essere al servizio della nostra Patria e dello Stato è il nostro dovere supremo». Si apre così “Codice Russo”, il documento programmatico che dovrà essere la base per la nuova ideologia della Russia del XXI secolo, redatto da Sergej Karaganov. Un nome che forse dice poco in Occidente (scioccò una parte degli stessi russi quando due anni fa propose un attacco nucleare preventivo alla Polonia) ma che oggi è uno dei politologi più vicini al presidente, chiamato a forgiare il ‘nuovo uomo putiniano’ e il suo orizzonte identitario. Il documento è stato pubblicato sui siti web dell’Alta Scuola di Economia e del Consiglio per la Politica estera, uno dei think tank in cui appaiono spesso articoli di Sergej Lavrov. Un passaggio ineludibile – quello di un’ideologia di Stato per un regime che ormai ha fatto della lotta intransigente contro l’Occidente il suo collante fondamentale. A tutte le varianti classiche del fascismo e del comunismo viene qui però aggiunto un tratto populistico che ricorda vagamente il peronismo argentino. Alcuni fondamenti di questo nuovo pensiero sono copiati e incollati direttamente da quelli di tutte le dittature del XX e del XXI secolo. Scrive Karaganov: «Siamo aperti a tutte le confessioni religiose purché servano ciò che c’è di più nobile nell’uomo al servizio della famiglia, della Patria e dello Stato… mentre dal punto di vista economico, stiamo costruendo un capitalismo popolare in cui la proprietà è inviolabile, ma il consumo ostentato è considerato una vergogna». Karaganov definisce la Russia un «impero di tipo asiatico», il cui sistema ideale è una «democrazia del leader» con elementi di autocrazia, mentre a suo avviso i russi sono un «popolo benedetto da Dio», in grado di salvare l’umanità dal «culto del consumo». Nel suo rapporto definisce anche la Russia uno «Stato-civiltà».

Prima di lui questo termine era già stato utilizzato dai collaboratori del capo del blocco politico del Cremlino Sergey Kirienko, che due anni fa aveva fatto introdurre nelle scuole una materia ideologica obbligatoria per tutti gli studenti sin dal primo anno, intitolata “Le cose che contano” e in cui alle depravazioni delle democrazie si contrappone «l’ordine naturale» del mondo.

Del resto l’autore non ha reinventato la ruota per dare una base filosofica al nuovo orizzonte a cui dovranno aderire i russi. “Stato-civiltà” è un termine che rimanda a teorie già ben note, secondo cui la storia è un processo di alternanza di civiltà che attraversano cicli identici di nascita, fioritura e declino, per poi morire.

Questo approccio è stato utilizzato dal filosofo tedesco Oswald Spengler e dallo storico russo Lev Gumilëv. Quest’ultimo è diventato tra l’altro, fin dagli anni Duemila, uno dei fari della destra europea esoterica che si rifà a Julius Evola e René Guénon.

Rovesciando gli assunti su cui si basano le società più avanzate degli ultimi cento anni e più, Karaganov afferma che «le democrazie nella storia sono sempre morte per rinascere altrove e morire di nuovo. La democrazia è inefficace come forma di governo di società complesse. Può esistere soltanto in un contesto esterno favorevole, in assenza di sfide esterne e di rivali potenti. Inoltre, contrariamente all’opinione comune, non garantisce il governo del popolo». Qualcuno potrebbe chiedere se l’articolo 13 della Costituzione russa non vieti le ideologie di Stato. Sì, ma si tratta di un dettaglio che si può senz’altro togliere dall’oggi al domani.

“La Ragione” 22.7.2025


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