Le deportazioni di massa decise da Donald Trump riguardano anche i migranti clandestini russi, non soltanto quelli sudamericani o asiatici. Sorprendendo molti, qualche giorno fa alcuni attivisti politici di spicco dell’opposizione russa in esilio hanno presentato un appello al primo ministro canadese Mark Carney, chiedendogli di concedere asilo ai loro compatrioti che rischiano l’espulsione dagli Stati Uniti. La loro lettera è stata pubblicata sul quotidiano canadese “The Globe and Mail” ed è stata firmata anche da Yulia Navalnaya, vedova del defunto leader dell’opposizione Alexey, nonché dagli ex prigionieri politici Vladimir Kara-Murza e Ilya Yashin. Nella loro lettera i politici hanno ricordato come «diverse centinaia di russi di opposizione» siano stati costretti a fuggire dopo l’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca e che molti di loro hanno cercato asilo negli Stati Uniti.
Tuttavia, dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, numerosi russi contrari alla guerra sono stati inviati nei centri di detenzione per immigrati. Diverse famiglie sono state separate e i tribunali hanno respinto tutte le richieste di ricongiungimento. I firmatari hanno quindi esortato il Canada ad accogliere i russi a rischio di espulsione e a comunicare formalmente alle autorità statunitensi la sua disponibilità a farlo. «Le persone che sono fuggite dalla repressione del Cremlino e dalle prigioni di Putin stanno finendo nelle prigioni americane. È terribile e ingiusto» si legge in un estratto pubblicato da Yashin sul suo canale Telegram. Il giorno dopo l’ex prigioniero politico ha avuto la notifica che gli era stata tolta la cittadinanza russa, restando così formalmente apolide in terra tedesca. «La situazione dei russi di opposizione che cercano asilo negli Stati Uniti è disastrosa e peggiora di giorno in giorno» ha aggiunto Yashin citando il caso dell’attivista Leonid Melokhin, espulso dagli Stati Uniti a luglio e immediatamente arrestato al suo arrivo in Russia con l’accusa di «giustificazione del terrorismo». Una politica disumana che impone il ritorno in Russia a tanti oppositori del regime e che dopo l’incontro tra Putin e Trump in Alaska dello scorso 15 agosto ha subìto una vera e propria accelerazione.
Le analogie storiche vanno sempre prese, giustamente, con le molle ma c’è comunque la tentazione di ricordare quanto successe nel 1939. In quell’anno, dopo l’accordo di amicizia tra Hitler e Stalin, il dittatore georgiano per mostrare il suo sincero apprezzamento per la Germania consegnò a Berlino oltre 300 tedeschi che avevano combattuto la guerra di Spagna dalla parte dei repubblicani e si erano rifugiati poi in Urss. Ovviamente finirono tutti nei campi di concentramento nazisti.
Oggi la storia sembra ripetersi in piccolo, questa volta a parti invertite. La situazione dei russi giunti in America dal 2022 rischia di diventare drammatica. Alla fine di agosto alcune organizzazioni per i diritti umani hanno segnalato che diverse decine di russi sono stati espulsi dagli Stati Uniti in un’unica tranche. Secondo le autorità statunitensi competenti in materia di immigrazione, alla fine del 2024 più di 3.500 cittadini russi figuravano nelle liste di espulsione. In alcuni casi gli espulsi sono stati interrogati dai servizi di sicurezza al loro arrivo nel Paese d’origine e alcuni di loro rischiano accuse penali o la coscrizione. Naturalmente nessuno esclude che tra i cittadini russi che hanno ricevuto il foglio di via non ci siano dei criminali ma Dmitry Valuyev, presidente del gruppo “Russian America for Democracy in Russia” ha affermato che nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di giovani che hanno rifiutato di combattere la guerra d’invasione in Ucraina.
“La Ragione” 12 settembre 2025