Vincono i filo-europei ma Putin non si arrenderà

Buona parte del popolo armeno e l’Europa tirano un sospiro di sollievo.
Stamane, la Commissione elettorale armena ha dichiarato che “Contratto Civico”, il partito del premier uscente Pashinyan era in testa con il 49 ,81% dei voti, mentre i due partiti filo-russi “Armenia Forte”, del miliardario Samvel Karapetyan e il blocco “Armenia”, dell’ex presidente Robert Kocharyan, erano fermi rispettivamente al 23,35% e al 9,96%.Tenendo conto che le liste erano 16, e che nessuna delle altre è riuscita a superare lo sbarramento, “Contratto Civico” e i suoi alleati avranno la maggioranza assoluta in parlamento (61 mandati su 100).

Pashinyan – nelle prime dichiarazioni a caldo – ha promesso di proseguire la politica di avvicinamento all’Occidente, ma anche di  voler sviluppare le relazioni con la Russia e gli altri paesi dell’Unione Eurasiatica. Inoltre, ha indicato come obiettivo l’instaurazione di relazioni diplomatiche e l’apertura del confine con la Turchia, nonché la firma di un accordo di pace con l’Azerbaigian. 

“Vorrei sottolineare che – ha dichiarato ancora Pashinyan –    rispetto al 2021 “Contratto Civico” ha ottenuto i voti di un numero maggiore di cittadini della Repubblica di Armenia, un voto di fiducia accresciuto, e ciò comporta una grande responsabilità”. Grazie anche all’aumento della partecipazione al voto, il tasso di credibilità e di stabilità del governo appare aumentato. Non a caso, il filo-putiniano Robert Kocharyan ha dichiarato sconsolato: “Per noi questo voto è una sconfitta di proporzioni storiche, come quella di Orbán in Ungheria qualche settimana fa”. 

La campagna era stata particolarmente accesa. Putin, due settimane prima del voto, aveva tracciato un parallelo inquietante tra Armenia e Ucraina: “Vediamo tutti cosa sta accadendo ora in Ucraina. Ma da dove è iniziato tutto? Dal tentativo dell’Ucraina di entrare nell’UE”. Una minaccia o forse solo un avvertimento nel momento in cui pochi giorni prima si era tenuto il primo vertice Armenia-UE della storia. 

L’Europa aveva portato al vertice di Erevan un pacchetto di proposte: l’ampliamento della cooperazione nei settori dell’energia, dei trasporti e delle tecnologie digitali, oltre alla conferma di investimenti sia nelle infrastrutture sia alle imprese armene nell’ambito del “Global Gateway”, pacchetto che potrebbe raggiungere i 2,5 miliardi di euro. Nella dichiarazione finale è stato anche sancito il sostegno alla sovranità dell’Armenia, alla sua stabilità e alle riforme, nonché la promozione della cooperazione nei settori della sicurezza. L’entrata nell’Unione però non è dietro l’angolo, perché anche qui, come in molti Paesi dell’ex URSS l’economia resta fragile e il sistema fiscale solo abbozzato.  

Si deve poi aggiungere che una chiara promessa di un regime senza visti non è stata fatta al vertice con l’UE. Nei documenti si parla di “progressi significativi” nel dialogo e della necessità di attuare il piano d’azione, ma non vi è alcuna decisione politica in merito all’esenzione dal visto. 

Si può meglio comprendere l’importanza di questo meeting  se si considera che a metà degli anni 2010, nella coscienza collettiva del Paese caucasico la Russia rimaneva ancora il principale amico e difensore dell’Armenia. Tuttavia, dopo la guerra del 2020 e soprattutto dopo la perdita del Karabakh nel 2023, il rapporto con Mosca si è bruscamente deteriorato. 

Dentro questo contesto le dichiarazioni di Putin sul tema avevano un sapore particolare: “A mio avviso – aveva aggiunto il capo del Cremlino – sarebbe giusto, sia nei confronti dei cittadini armeni che nei nostri confronti, in quanto principale partner economico, prendere una decisione il prima possibile, ad esempio, indicendo al più presto un referendum”. 

L’Armenia ha una vicenda storica assai diversa dall’Ucraina. Non è un Paese slavo e a maggioranza ortodossa, non ha legami storici ed etnici con Mosca. L’Armenia entrò nell’area d’influenza dei Romanov solo nel XIX secolo e fu poi annessa all’URSS dai bolscevichi nel 1922. In mezzo vi  fu il terribile genocidio perpetrato dai turchi durante la Prima Guerra Mondiale. 

Tuttavia per Putin l’Armenia come la Georgia e gli altri Paesi della regione fanno parte della sua proiezione imperiale. Dopo di che la macchina organizzativa del Cremlino ha acceso i motori per far vincere ai propri alleati questa competizione elettorale. Alla vigilia delle elezioni, Mosca dalle parole è passata ai fatti, imponendo un vasto programma di sanzioni contro Erevan. 

Il Ministero delle Esportazioni ha deciso di vietare l’importazione di fiori e di sospendere l’importazione e la commercializzazione dell’acqua minerale “Jermuk”, così come quelle dei prodotti alcolici armeni (in primo luogo i raffinati cognac ma anche i vini rossi che hanno sempre trovato spazio nelle tavole dei russi) nonché di tutti i suoi prodotti ortofrutticoli. 

Mosca ha avvertito poi che un avvicinamento all’UE comporterà per il Paese perdite ancora maggiori, compresa la cessazione del rifornimento di gas. Si tratta di un colpo duro per una nazione povera, di pochi milioni di abitanti, con un Pil pro capite di meno di 4mila euro l’anno. Un tentativo neppure tanto obliquo di strangolamento della sua economia, tenendo conto che l’interscambio economico bilaterale (seppure in costante riduzione a partire dal 2017) rappresenta il 35% complessivo per l’Armenia.

A tutto ciò si era aggiunta, come da copione, la narrativa propagandistica sul rischio che l’Armenia si trasformi in una nazione “schiacciata dall’invasione transgender”. Infine, negli ultimi giorni di campagna, molte associazioni russe di “amicizia russo-armena” avevano donato biglietto aereo e viaggio di tre giorni a Erevan per gli armeni residenti in Russia che avessero voluto andare a Erevan per “votare giusto”. 

Così al controllo passaporti dell’aeroporto della capitale armena nel week-end si sono viste lunghe teorie di armeni che tornavano per votare. Ma anche questo non è servito molto alla causa della rimonta dei filo-russi.

A giocare contro i progetti egemonici della Russia c’è un’economia armena in rapida crescita: dopo la recessione del 2020, il PIL è aumentato per diversi anni consecutivi e all’inizio del 2026 questa dinamica è ancora in atto. Si tratta di un indubbio vantaggio per la campagna di Pashinyan, anche se il successo non può essere attribuito interamente al suo governo. Gran parte della ripresa economica degli ultimi anni è stata legata a fattori esterni: il trasferimento dei russi dopo l’inizio della guerra in Ucraina, l’afflusso di capitali, la crescita dei consumi e la riesportazione.

Per molti elettori questa crescita però non è così evidente nella vita quotidiana. Dopo un periodo di inflazione quasi nulla nel 2024, i prezzi hanno ricominciato a salire, in particolare per i prodotti alimentari, che nell’ultimo anno sono aumentati del 9,5%. E sebbene lo stipendio medio sia salito a 303.000 dram al mese (822 dollari al tasso di cambio attuale), nel settore sociale — compresi sanità, istruzione, cultura e arte — i redditi sono rimasti notevolmente inferiori alla media dell’economia.

La partita quindi non è chiusa ed è certo che nei prossimi mesi si tornerà ancora a parlare del piccolo Paese del Caucaso. 


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