Alexander Etkind, La Russia contro la modernità, Bollati Boringhieri, 2025, 185 pp.
Resta sempre valido l’ironico adagio churchilliano secondo cui “la Russia è un rebus avvolto in un mistero che sta dentro a un enigma”. Alexander Ektind, storico e psicologo russo che vive in esilio ormai da molti anni, però ha provato con questo agile volume a fornire delle chiavi interpretative che spesso impediscono in Occidente, anche ai più attenti osservatori, la comprensione dell’evoluzione della Russia.
Il risultato è ottimo anche perché Etkind non si attarda troppo sulla figura del pivot del sistema, Vladimir Putin, già fin troppo studiata in ogni minimo dettaglio. Il progetto del gruppo dirigente del Cremlino non si riduce del resto neppure al clepto-capitalismo tipico dei Paesi che hanno nella rendita energetica l’elemento portante dell’economia ma come segnala Etkind “è stata un’operazione più ampia, rivolta contro il moderno mondo della consapevolezza climatica, della transizione energetica e del lavoro digitale”.
Un tentativo di frenare se non addirittura di rovesciare il corso della storia anche se il Cremlino non si è mai fatto guidare da alcun piano segreto preordinato e di lungo periodo. Chi ama la dietrologia e le congiure non troverà in queste pagine, pane per i suoi denti.
In questo senso, annota Etkind “la guerra senza quartiere ingaggiata dalla Russia contro l’Ucraina e contro il mondo ha trasformato la sua lenta ed esitante demodernizzazione in una campagna volta a disgregare la modernità”. Disgregando nel suo incidere anche quella “modernizzazione paleolitica” che si era vista svilupparsi in URSS”.
Anche se poi la formula di regime che ne è emersa quindi esclude il ricorso alle categorie del passato. “Gli studiosi perspicaci – afferma l’autore – comprendevano che il putinismo si stava muovendo in direzione del fascismo, ma le disparità sociali impedivano che esso si trasformasse in un movimento di massa. Se il putinismo aveva un’ideologia, questa era l’imperialismo, nella sua versione revanscista. Benché fosse intrinsecamente nazionalista, il putinismo era anche un movimento internazionale che, dalla sua base finanziaria e politica in Russia, si era diffuso nel mondo”.
Del resto come scritto Anthony Giddens, “la storia del petrolio è la storia dell’imperialismo sotto mentite spoglie”, anche se la Russia non ha avuto bisogno di celare la sua traiettoria. Come acutamente segnala Etkind “il connubio fra la rendita ricavata dai combustibili fossili e l’ombrello protettivo fornito dalle armi nucleari ereditate dal precedente regime ha prodotto un’élite non collaudata ed eccessivamente sicura di sé”.
Nell’URSS, dopo la morte di Stalin, fu lo stesso gruppo dirigente comunista a impaurirsi dei possibili effetti sociali dell’evoluzione del totalitarismo. Il putinismo non sembra invece avere gli anticorpi che esistevano in una società fortemente intellettualizzata come l’URSS: si impone gradualmente ma inesorabilmente lasciando dietro a sé dietro di sé solo detriti.
Etkind vuole sperare che quella russa sia una degenerazione gerontocratica. In fondo tutto il gruppo dirigente russo è ancora tutto “made in URSS”: “Il regime politico che ha scatenato la guerra in Ucraina – annota Etkind – era gerontocratico quanto quello che aveva caratterizzato gli ultimi anni dell’Unione Sovietica. Nel 2022, Putin era al potere da più tempo di Brežnev (ventidue anni contro sedici), lasciando il record nelle mani di Stalin (ventinove anni)”. La nuova generazione dirigente saprà rimettersi in discussione? Difficile immaginarlo in Paese dove servizi segreti, élite energetiche e complesso militar-industriale formano un blocco sociale che per ora appare inscalfibile.