Biden, Putin, Zelensky e il mondo che verrà






DI YURII COLOMBO

Kiev è stata considerata nella storia della Rus’ la porta al mondo slavo. Continua ad esserlo ancora oggi visto che il futuro delle relazioni tra Putin e la nuova amministrazione Usa di Joe Biden, saranno inevitabilmente condizionate dalle trattative per dipanare le matasse della guerra nel Donbass e dell’annessione della Crimea. Il “linkage ucraino” del nuovo inquilino della Casa bianca è stato uno dei motivi dell’ultimo periodo della campagna elettorale di Trump che aveva cercato di di dimostrare il carattere corruttivo delle attività economiche del figlio di Biden, Hunter, in Ucraina. Il casus belli era stata la lontana vicenda del 2014 della Burisma Holdings, una delle più grandi società private di gas in Ucraina, che aveva promosso Hunter Biden a suo consulente economico garantendogli 50 mila dollari di emolumenti mensili. Una pratica poco ortodossa ma consolidata su scala internazionale con cui la Burisma si era garantita le simpatie Biden padre, in quel momento non solo vice di Obama ma suo plenipotenziario nella crisi ucraina che rischiava in quella fase di scivolare verso la guerra civile. Il presidente ucraino Volodomyr Zelensky, che proprio ieri ha contratto il coronavirus, aveva dimostrato qualche mese fa di voler puntare tutto sul cavallo democratico e non aveva riaperto l’inchiesta nei confronti del figlio di Biden provocando l’ira di Rudolph Giuliani, l’uomo preposto dal presidente Usa a risollevare il polverone di Hunter Biden.

Non a caso è stato proprio l’ex-comico ucraino uno dei primi a congratularsi con il neo-eletto presidente americano sperando ora di poter passare all’incasso: sa che Biden conosce bene il mondo slavo e che lavorò alacremente per una soluzione anti-russa alla crisi della Maidan.

Biden, del resto, di voler indurire la posizione Usa nei confronti di Mosca lo ha ripetuto più volte in campagna elettorale e Zelensky non ha ragione di non dovergli credere. Anche per questo, il presidente russo, irritualmente, è stato uno dei pochi capi di Stato a non telefonare a Biden per le congratulazioni di rito. Dmitry Peskov, il suo portavoce, si è trincerato dietro al fatto che “non ci sarebbe ancora stata la proclamazione ufficiale del vincitore”, ma a nessuno è sfuggito che quattro anni fa il capo del Cremlino era stato uno dei primi a telefonare a Trump.
Mosca si aspetta già dalle prossime settimane una rinnovata unità d’intenti tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea dopo il grande freddo del mandato trumpiano, che avrà due spiacevoli ricadute: l’impossibilità ora di giocare sulle contraddizioni tra Vecchio continente e Usa e una maggiore pressione della Nato nello scenario ucraino ma anche in quello bielorusso. E destinato probabilmente a restare molto duro tra le due potenze è anche lo scontro che riguarda rotte e forniture energetiche in Europa e in Asia.
Ma non è detto che la rosa democratica sia tutte spine. Più di un analista russo ha fatto notare che alla “diplomazia del twitter” del tycoon si ritornerà a forme più prevedibili di politica estera da parte americana, favorendo relazioni basate sul pragmatismo. Secondo Andrey Kortunov, direttore del consiglio russo per le relazioni internazionali “Biden mostrerà più interesse per il controllo degli armamenti poiché non ha sostenuto la decisione di Trump di ritirarsi dal Trattato sulle armi nucleari a medi raggio e delegherà molte funzioni al suo apparato a causa dell’età, dello stato di salute e dello stile della sua leadership. La politica statunitense diventerà meno impulsiva e più professionale e questo faciliterà anche la politica estera di Mosca”.

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