Cosa ci raccontano gli scioperi nelle repubbliche “antifasciste” del Donbass






Il 26 maggio, la più grande impresa della Repubblica Popolare di Lugansk, lo stabilimento metallurgico di Alchevsk, ha compiuto 125 anni. Tuttavia questo ben triste anniversario che prelude alla sua chiusura definitiva visto che gli operai sono da oltre un mese in sciopero ininterrotto per protestare contro il mancato pagamento dei salari da parte dell’impresa russa che si protrae già dall’ottobre dello scorso anno.

La fabbrica di Alchevsk sorse come classica città-fabbrica metallurgica nel 1895 e iniziò ad operare l’anno successivo. L’impianto miracolosamente riuscì a sopravvivere alle rivoluzioni russe, alla guerra civile, alla “Grande guerra patriottica” e persino al crollo dell’Urss che avviò il massiccio processo di deindustrializzazione in tutte le Repubbliche ex-sovietiche. Anche sotto l’Ucraina indipendente e poi quando è passata sotto il controllo della Repubblica popolare i Lugansk, la fabbrica da sempre grazie a una produzione di alta qualità ha continuato a lavorare principalmente per il mercato mondiale, fornendo metalli di alta qualità sia in Russia sia all’estero (Italia compresa). Per capire le dimensioni e il ruolo per la città di questa azienda basta qualche cifra: esporta ogni anno prodotti per un valore di quasi 1 miliardo di dollari all’anno e li vende in più di 80 paesi del mondo. L’acciaio fuso nello stabilimento è da sempre ampiamente utilizzato nella cantieristica, nell’ingegneria nucleare e chimica, nella produzione di gasdotti, locomotive, trattori, ecc. In una cittadina che conta soli 115.000 abitanti vi lavorano direttamente oltre 10 mila operai, mentre altri 5 mila operano nel suo indotto. È quindi chiaro che se la fabbrica chiuderà, morirà con lei anche la città. Malgrado la fabbrica abbia sempre prodotto lauti profitti, gli operai non vedono lo stipendio da dicembre scorso quando ne ricevettero il 29%. Così con una mossa drammatica il 21 aprile scorso, i lavoratori hanno deciso di fermare definitivamente l’altoforno n.5 della fabbrica principale.

Si prospetta un finale cupo in questa vicenda: molti lavoratori hanno già deciso di trasferirsi con le famiglie nella vicina Russia ma varrà la pena di gettare uno sguardo più attento su questa vicenda, la quale mostra come tutte le chiacchiere ideologiche – sparse a piene mani anche dalla sinistra italiana – secondo cui tra le Repubbliche ribelli filo-russe e il governo di Kiev sarebbe in corso uno scontro su base “antifascista” siano solo una menzogna, neppure tanto bene confezionata.

Nel Donbass dal 2014 infatti non è in corso una “mini Guerra di Spagna” in cui si confronterebbero la “junta neonazista” ucraina e i fieri popoli antifascisti dell’Ucraina sud-orientale ma uno scontro senza esclusione di colpi per il controllo geo-politico ed economico di una delle zone chiave dell’ex-Urss tra oligarchi russi e ucraini finanziati e coccolati da Zelensky e Putin.

Dopo inizio della guerra nella regione, nel 2014, Alchevsk e la sua fabbrica finirono sotto il controllo della Repubblica popolare di Lugansk. Malgrado ciò, grazie ad accordi clandestini tra i nuovi governanti e il governo ucraino, la fabbrica continuò ad operare sotto gli auspici di un azienda con sede a Kiev, la SD Corporation che controllava i pacchetti azionari della Alchevsk Coke Plant e di Ekoenergia PJSC. Ma quando i nazionalisti ucraini di destra iniziarono a bloccare il flusso di merci su strada ferrata dal Donbass verso l’Ucraina nel 2017, il governo della Repubblica di Lugansk decise di espropriare 43 aziende (comprese le miniere di carbone della zona) appartenenti a imprenditori ucraini, di cui la fabbrica di Alchevsk era la più importante, e farle passare, non sotto il contro repubblicano si badi bene, ma sotto gli auspici di oligarchi russi molti dei quali già in precedenza ucraini che avevano nel frattempo acquisito il passaporto russo.

Così, il gigantesco kombinat di Alchevsk finì sotto il controllo della Vneshtorgservice CJSC, una holding registrata ufficialmente in Ossezia meridionale, dell’oligarca Sergey Kurchenko, anch’egli già cittadino ucraino e ora trasformatosi improvvisamente in patriota, della Federazione russa.

Non si trattò in realtà di una vera acquisizione visto che per acquistare tali aziende gli imprenditori russi non dovettero sganciare – con il beneplacito delle amministrazioni locali – neppure un rublo. Kurchenko, grazie al fatto di aver ricevuto a titolo gratuito una prospera azienda orientata verso il mercato mondiale nel febbraio 2018 aprì persino un secondo altoforno ma chiese al fine dell’ampliamento della gamma dei prodotti da commercializzare un piccolo sacrificio agli operai: la riduzione del salario da 25 a 18 mila rubli al mese (circa 200 euro al mese al cambio attuale). Una chiamata alla responsabilità dei lavoratori in nome del “siamo tutti sulla stessa barca antifascista”, un’ideologia per gonzi alla quale gli operai non hanno mai creduto visto che Kurchenko e l’amministrazione cittadina restano legati in qualche modo a filo doppio all’odiata “junta neonazista” di Kiev. I loro stipendi infatti – casualmente – vengono (anzi venivano) accreditati attraverso una banca con sede in Ucraina,e non solo. La sindaca “antifascista” di Alchevsk, Natalya Pyatakova, guarda caso, mentre oggi minaccia i lavoratori in sciopero sostenendo che se non riprenderanno il lavoro non troveranno impiego nell’amministrazione pubblica (l’unica prospettiva reale di lavoro se la fabbrica chiuderà definitivamente) ha allo stesso tempo anche stretti legami proprio con la banca ucraina con sede a Kiev che paga i salari dei lavoratori, visto che il figlio vi ci lavora direttamente. Ma malgrado questi strani linkage, la propaganda nazionalista continua ad essere sparsa a piene mani su entrambi i fronti. La stampa ucraina di fronte allo sciopero ha messo in rilievo come “gli oligarchi russi” stiano “distruggendo l’economia della regione” e dall’altra i governanti di Donetsk e Lugansk non hanno trovato meglio da fare che oscurare i siti che parlano dello sciopero, compreso quello del sindacato dei lavoratori che sta portando avanti la lotta. Propaganda tossica che non ha impedito a Kurchenko, solo qualche giorno fa, di licenziare gli organizzatori dello sciopero e anche il presidente del sindacato indipendente che lo sostiene.

È così che le Repubbliche “popolari”, al netto degli aspetti geopolitici che pur contano, restano in piedi da anni: grazie certamente agli “aiuti umanitari” che Putin “l’internazionalista” spedisce mensilmente e della cui entità forse il contribuente russo non conosce neppure la dimensione, ma soprattutto grazie al super-sfruttamento degli operai della regione da parte degli oligarchi russi.

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