Il fallo di frustrazione di Joe Biden






La battuta su “Putin killer” ha fatto conquistare immediatamente a Joe Biden i titoli della stampa mondiale ma c’è da dubitare che gli darà un qualche dividendo politico.

Intanto perché mette in difficoltà l’opposizione russa. Novaya Gazeta – il giornale di Anna Politkovskaya e nemica giurata del Cremlino – evita persino di affrontare l’argomento mentre Meduza, si limita a rilanciare la notizia. Non si è trattato proprio di un assist alle ragioni di chi tifa Navalny o comunque per un cambio politico in Russia, come ritiene la sfuocata editorialista di Huffington Post: il cittadino russo medio – e ancora di più quello post-sovietico – è geneticamente nazionalista e quindi può anche pensare molto male del suo presidente ma è un diritto che si riserva a se stesso. Insomma “right or wrong is my country” all’ennesima potenza, giusto per intenderci.

In questo senso ha persino ragione – come le lancette di un orologio rotto – Marya Zacharova la portavoce del ministero degli esteri russo, quando afferma che con questa dichiarazione gli Usa sono scesi dentro un altro girone di “degrado” diplomatico visto che neppure ai tempi Stalin la Casa bianca aveva pronunciato ad personam parole tanto dure quando forse c’era qualche motivo in più per farlo.

E così la dichiarazione di Biden – al netto delle esigenze propagandistiche interne per cui attaccare la Russia porta sempre qualche dividendo – appare come un fallo di frustrazione. In primo luogo perché lo strumento delle sanzioni è ormai spuntato. Non perché non abbia finora avuto le sue conseguenze come hanno provato a sostenere come un mantra qua a Mosca (calcolabile in termini di Pil in una forchetta tra lo 0,5% e il 2%) ma perché ormai non c’è più nulla da sanzionare. Commercialmente e diplomaticamente: l’interscambio tra i due paesi è ridotto al lumicino e un embargo alla Russia sui prodotto farmaceutici americani di alta gamma sarebbe solo un autogol commerciale e propagandistico (come quello da parte russa di annullare eventualmente i contratti per la fornitura a Washington dei motori per la cosmonautica), ma anche diplomaticamente (Washington ha chiuso persino i suoi consolati sugli Urali e a Vladivostok e i canali aperti sono rimasti quelli sulla sicurezza internazionale in cui lo stesso Biden si è dimostrato interessato a trattare).

Insomma quello che dal punto di vista dell’etichetta delle relazioni internazionali è un entrata a gamba tesa è stata fatto sperando che Putin reagisca in modo inconsulto, cosa che il presidente russo non farà: la Russia è debolissima sullo scacchiere internazionale e ha bisogno disperatamente una sponda in Europa.

Se Biden con questa mossa invece pensa di allineare Berlino rischia di fare un buco nell’acqua. Non è solo per motivi economici che la Germania intende portare a casa North Stream 2 – la pipeline che raddoppia la potenzialità di afflusso di gas russo nel cuore dell’Europa – ma anche per motivi politici. I tedeschi giocarono la partita della guerra fredda con l’Ostpolitik e non con le Guerre Stellari, e a distanza di un trentennio dal crollo dell’Urss pensano di aver avuto ragione.

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