Urss, una storia ambigua ed enigmatica






Introduzione a “Urss, un’ambigua utopia” di Yurii Colombo (Massari, 2021). Disposnibile in tutte le librerie o ordinandolo  presso di noi  a yurii.colombo@gmail.coma 18 comprese spese di spediizone. 

L’Unione Sovietica finì 30 anni fa. Di bilanci se ne iniziarono a fare subito e se ne continueranno a fare ancora a lungo. La storia, del resto, non è diversa da un buon romanzo: può essere letta e riletta in diverse fasi della vita (e periodi storici) e ogni volta se ne possono cogliere sempre nuovi aspetti. Della rivoluzione russa, classista e umanista al contempo almeno nei suoi propositi, se ne iniziarono a trarre dei bilanci già subito dopo la sua ascesa, pensiamo ai bellissimi volumi dell’anarchica Emma Goldman con cui si portava alla luce il lato oscuro della rivoluzione bolscevica o, all’opposto, le corrispondenze di Arthur Ransome segnate da un l’entusiasmo, ingenuo ma onesto, per il nascente esperimento.

Al ricercatore attento, accostandosi all’Urss, vengono immediatamente in mente due aggettivi: enigmaticità e ambiguità. Winston Churchill in una trasmissione della Bbc, andata in onda il 1 ottobre 1939, con sintesi sfolgorante definì la Russia «un indovinello avvolto da un mistero dentro un enigma». L’anno dopo Ante Ciliga, un dirigente del partito comunista jugoslavo che aveva soggiornato a lungo in Urss, compreso nei suoi GULag, titolò il suo libro di memorie The Russia enigma. Non è un caso: tutti coloro che – perfino in Russia e non solo all’estero – tentano di comprendere le dinamiche fondamentali dell’Urss, si trovano di fronte a un’entità sfuggevole, multiforme e incerta.

La storia dell’Urss è sicuramente anche ambigua. Cosa fu l’Urss, una distopia totalitaria? Il risultato più o meno desiderato delle teorie di Marx? Un regime socialista che si stava avviando al comunismo ma tradito da Kruščëv e poi dagli altri suoi leader? Una formazione vagamente post-capitalista come sosteneva Paul M. Sweezy? Uno stato operaio degenerato come riteneva Lev Trockij, oppure un capitalismo di Stato come sostennero in tanti, perfino gli ideologici jugoslavi e i seguaci di Tony Cliff? Un dibattito, quello sulla «natura dell’Urss», in buona parte ideologico e interno alle diverse correnti marxiste che ha perso buona parte di significato e di interesse proprio dopo il crollo dell’«Impero». Oggi per provare a spiegare come quel regime funzionava, e non solo economicamente, bisogna avvicinarsi alla «cosa Urss» con curiosità e apertura mentale, lasciando da parte schemi preconfezionati, perché si tratta di un campo d’indagine come dicono gli zapatisti che impone il «camminare domandando». Lo stesso Marx del resto, quando già anziano iniziò a confrontarsi con la Russia con l’obiettivo di capire se in quella realtà si potesse evitare la dolorosa transizione al capitalismo, si pose due modesti compiti preliminari: studiarne la lingua e confrontarsi con i rivoluzionari di quel paese.

Quando ho iniziato a pensare di scrivere questo libro volevo esimermi dal discutere nuovamente dei motivi che avevano condotto al suo crollo per concentrarmi maggiormente sulle conseguenze storiche e politiche della fine dell’Urss.

L’oggetto della mia ricerca era solo incidentalmente il passato: volevo tornare a gettare uno sguardo sull’Urss per preparare il terreno a capire cos’è la Russia putiniana attuale e cosa diventerà domani. In questo senso questa non è un’opera storica ma eminentemente politica.

Sono stato anche testimone oculare degli avvenimenti della Perestrojka avendo vissuto a Leningrado tra il 1989 e il 1991. Ma malgrado la mia valutazione di quegli avvenimenti risenta inevitabilmente di ciò che vissi e intuii durante tale soggiorno, ho preferito non «inquinare» un tentativo di riflessione con aspetti memorialistici. Se Dio vuole, ci saranno altre occasioni per scriverne.

Provare a fare un bilancio dell’Urss oggi, a trent’anni di distanza dal suo crollo, presenta comunque vantaggi e svantaggi. Accostandosi all’Urss possiamo leggere i suoi 74 anni di storia come un capitolo della sua storia millenaria e imperiale (cosa del tutto legittima e per certi versi ineludibile) ma anche come a un’epoca definitivamente conclusa di un esperimento politico-sociale, come studio della «civilizzazione sovietica» come l’ha definita con nostalgia lo storiсo Sergej Kara-Murza. In tal caso, si avrà il vantaggio di poterne studiare, per certi agevolmente, la sua nascita, il suo sviluppo, la sua crisi e la sua agonia come un capitolo della storia contemporanea, di poter fare l’autopsia non tanto di un socialismo che in l’Urss mai ci fu, ma del suo confuso tentativo di realizzarlo. In questo senso l’Unione Sovietica non fu come cercarono maldestramente di sintetizzare i dirigenti del Pci un «socialismo storicamente realizzato», e neppure un «socialismo di Stato» (vacua categoria largamente usata nel mondo accademico attuale), ma piuttosto un «socialismo storicamente irrealizzato», l’agitar di ali del sarto brechtiano.

Resta il fatto che le diverse correnti socialiste (in cui includo un’ampia gamma di tradizioni che vanno da quelle del movimento comunista – eresie comprese – fino a quello anarchiche) non potranno nel futuro ricostituire, ridefinire, riconfermare la loro identità senza misurarsi costantemente con quella vicenda perché si troveranno sempre e inevitabilmente tra i piedi un ingenuo o malizioso quesito: «ma volete fare come in Russia»?

I russi stessi, oggetto e soggetto di quell’esperimento di ingegneria sociale, con la semplicità e la saggezza delle loro barzellette (durante l’epoca brežneviana ci fu un gran fiorire di storielle ed aneddoti sul regime spesso caustiche ma anche sagaci e di cui faccio un certo uso in questo libro) lo intuirono per tempo. In una di queste si narra del tentativo del Politbiuro del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (Pcus) di far risorgere Lenin nel 1970 in occasione del centenario della sua nascita utilizzando le avanzatissime tecnologie ormai a disposizione degli scienziati sovietici. I quali alla fine riescono nell’impresa. Dopo una bella festa per il suo ritorno in vita, l’intero Politbiuro a partire da Brežnev si raccoglie intorno a Il’ič e gli chiede: «Compagno Lenin, dicci, cosa ne pensi del socialismo che abbiamo realizzato?». Lenin chiede allora loro auto e aeroplani per poter visitare il paese, prima di formulare un giudizio. Tornato a Mosca dopo un mese di peregrinazioni, domanda però di potersi chiudere in ufficio al Cremlino a riflettere. Dopo qualche giorno Brežnev, dopo aver a lungo bussato, entra cautamente nell’ufficio e trova sulla scrivania solo un bigliettino firmato da Lenin che dice: «Compagni sono tornato a Zurigo a ricominciare tutto da capo». Ecco, forse per chi aspira a una società senza classi e gerarchie, il tempo di tornare a Zurigo è venuto.

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